Archive for febbraio, 2004

Riforma Moratti: ultimo atto?

Posted in Articoli  by staff | febbraio 18th, 2004
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In attesa della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del primo decreto legislativo che inizia a rendere concreto il percorso di riforma della scuola italiana, stiamo assistendo in questi giorni (e le sorprese non sono certo finite) ad uno spettacolo deprimente. Di fronte ad una riforma complessiva della scuola italiana, invece di discutere, anche animatamente sul concreto delle cose, si preferisce la polemica gratuita, la falsità, perfino l’uso (giustificato!!!) dei bambini nelle manifestazioni locali e nazionali (ma il vietare la pubblicità con protagonisti i bambini non è stata ritenuta in altra occasione un merito della sinistra? Ma è vietato solo quando fanno pubblicità dei pannolini magari nel posto sbagliato, cioè sulle televisioni di qualcuno?).
Quali sono stati gli slogan di questi giorni?

1. La perdita dei posti di lavoro degli insegnanti: un genitore di un comune vicino mi ha telefonato e mi ha chiesto: “L’insegnante di Lettere di mio figlio ha detto in classe a tutti gli alunni che il loro insegnante di Ed. Tecnica, padre di famiglia, con la riforma Moratti perderà il posto di lavoro. E’ vero?”. Io che conosco entrambi gli insegnanti in questione, ho rassicurato il genitore preoccupato; l’insegnante di Ed. Tecnica, di ruolo, nominato a tempo indeterminato, non sarà licenziato, ma potrà felicemente raggiungere (glielo auguro) la meritata pensione.
2. La fine del tempo pieno: fiumi di lacrime si sono versate su questo tragico evento nazionale paragonabile secondo alcuni ad un cataclisma epocale. Eppure basta leggere il decreto, essere capaci di fare una semplice somma, per capire che quantitativamente nulla cambia: 40 ore settimanali ieri, 40 ore settimanali oggi! Ma, secondo alcuni che vagheggiano una sorta di Eden in mezzo alle macerie del resto della scuola, il tempo pieno era un’altra cosa. Che il tempo pieno sia stato all’inizio una diversa modalità, anche innovativa, di far scuola non c’è dubbio; che oggi sia scelto perché comodo parcheggio che risolve i problemi di molti genitori entrambi lavoratori è altrettanto vero. E non è detto né scientificamente provato che a un maggior numero di ore trascorse a scuola corrisponda meccanicamente una crescita migliore degli alunni.
3. Le ore opzionali, ritorno al doposcuola: secondo i soliti arguti commentatori (!!!) la distinzione tra ore obbligatorie e ore opzionali relegherebbe queste al pomeriggio in posizione subalterna di fronte alle prime. Ma non è scritto da nessuna parte che si debba impostare la scuola in questo modo. Si possono proporre, come per certi aspetti avveniva già fino ad oggi (tempo pieno/modulo, tempo prolungato/tempo normale/orientamento musicale), moduli orari complessivi diversi tra loro su base settimanale. Si dovrebbe poi spiegare come mai le 30 ore settimanali del tempo pieno oggi siano il non plus ultra della scuola e le 27 ore + 3 con gli stessi insegnanti siano invece una schifezza!
4. Attività opzionali a pagamento: nel decreto non c’è traccia di questa ipotesi anzi è esplicitamente dichiarato il contrario.

5. Qualcuno addirittura ha sostenuto che alcune realtà sarebbero favorevoli a questa riforma perché pronte con le loro cooperative culturali ad invadere le scuole e a guadagnarci!!!

Basta, lasciamo perdere il campionario di simili idiozie e badiamo alla sostanza delle cose.
Due mi sembrano gli aspetti profondamente positivi nel testo approvato dal Parlamento e nel primo decreto attuativo che meritano attenzione.
Prima di tutto la responsabilità affidata alle scuole: basta con i vecchi programmi uguali da Bolzano all’isola di Pantelleria, basta con il centralismo democratico di stampo napoleonico che per anni ha avviluppato la scuola italiana. Oggi vengono indicati gli obiettivi che le scuole devono raggiungere; le modalità, i percorsi formativi, l’assetto organizzativo sono affidati alla responsabilità e alla creatività delle singole istituzioni scolastiche. Qualcuno ha forse paura di questo?
Il secondo aspetto: il ruolo dei genitori che viene pienamente valorizzato. Così dopo la stagione della partecipazione dei genitori alla vita della scuola iniziata con i decreti delegati, una stagione contrassegnata da profonde aspirazioni più che da risultati concreti, dopo la concezione, sotto la spinta dei vari progetti “Qualità“, dei genitori come “clienti” di un servizio, le famiglie tornano ad essere al centro del lavoro scolastico. Sono loro che scelgono il tempo scuola più adatto ai propri figli, loro che partecipano attivamente insieme agli insegnanti alla costruzione del portfolio di valutazione, quel documento cioè che racconta e descrive il percorso formativo di ogni alunno,
Che sia questa la vera paura? In una lettera aperta dei Coordinatori nazionali CGIL – CISL – UIL indirizzata ai dirigenti scolastici si legge (le sottolineature sono mie):
“La stessa offerta formativa, al di là del curriculum obbligatorio ridotto a 27 ore e la cui ridefinizione è ancora tutta da conoscere nelle sue conseguenze anche sulla dotazione professionale, è declassata nella quota facoltativa ad una scelta a domanda individuale da parte delle famiglie: l’attività propria dei Collegi e dei professionisti dell’insegnamento, che consiste nella capacità di lettura dei bisogni di formazione e nella loro traduzione in offerta formativa è di fatto annullata”.
E’ questo il punto: le famiglie, per definizione, non sono all’altezza del compito, i “professionisti dell’insegnamento” sono infallibili. Nonostante l’evidenza della storia siamo tornati all’intellettuale organico, di nefasta memoria, unico in grado di guidare le masse, per definizione, ignoranti. Amen.
Roberto Rossetti

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Le pensioni hanno la coda?

Posted in Articoli  by staff | febbraio 14th, 2004
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Naturalmente, no! Ma l’articolo sulle pensioni, sì. Almeno il mio ha la coda. Eccola.
Come certamente ricordano i miei 11 lettori, ho scritto in “A proposito di pensioni” che “Anche l’ufficio è noioso”. Lo dicevo così, a naso.
Poi lunedì 2 febbraio 2004 molti quotidiani, persino Leggo, che ti regalano in Metro, riportavano un’inchiesta della rivista Riza Psicosomatica (credo sia la moglie di Eta Beta, il pard di Topolino) su 898 persone, tra i 18 e i 65 anni. Ebbene 63 impiegati su 100, in ufficio, sono infelici. Tra questi le donne (56%) sono più numerose degli uomini (44%). Gli infelici hanno un grado d’istruzione alto, abitano prevalentemente in una metropoli, spesso sono senza figli. E come reagiscono ? Il 29% fa di tutto per non pensarci. Come gli struzzi!
Ma non volevano tutti fare l’impiegato ? Non era il sogno dell’operaio per suo figlio? L’operaio si sbaglia, come tutti quelli che pensano che il miglioramento nasca dal cambiamento esterno. Molti hanno cambiato casa, per essere felici; ne conosco alcuni: ci sono riusciti ? Altri hanno cambiato moglie, per essere felici: ce l’hanno fatta? L’operaio pensava che i colletti bianchi lavorassero con più gusto di lui, nel pulito degli uffici invece che nello sporco dell’officina. Così ha fatto studiare i figli, che adesso sono infelici non in officina, come i papà, ma in ufficio: è stato un guadagno?
La mia nonna diceva: “La cattiva lavandaia non trova mai la pietra adatta per lavare”. Non è quel che si fa, né dove lo si fa che fa la differenza, ma perché e per chi lo sa fa. La negazione della domanda sul perché porta ad errori clamorosi. Tutta la nostra cultura si fonda su questa negazione, su questa censura. Gran parte dell’educazione si occupa della morale e non del senso: pensate al tema dell’educazione alla legalità a scuola, Anche l’educazione impartita dai preti sembra che voglia rispondere alla domanda: “ Come si fa ad essere buoni?”, non alla domanda: ” C’è un uomo che cerca la vita e vuol essere felice?”
E, per continuare con i dati dell’inchiesta, gli impiegati sono più infelici delle casalinghe, dei pensionati e persino dei disoccupati.
Vediamo un po’: ma le donne non vanno a lavorare per realizzarsi, secondo la mitologia corrente? Chi tralascia il lavoro per i figli non è una povera cretina, secondo l’opinione dominante, schiava della famiglia? Tutte frottole: le casalinghe sono più felici delle impiegate.
E i pensionati ? Certo che sono più felici degli impiegati, alla faccia delle scemenze che si scrivono sui poveri pensionati! Non lavorano. Proprio come scrivevo io: la felicità è non lavorare più!
I disoccupati, poi, sono meno infelici degli impiegati. E questo è il colmo! Non avere lavoro non è la massima disgrazia? Nooooooo! Ve lo avevo scritto, ma non ci avete creduto: la disgrazia è il lavoro.
Ecco perché nessuno loda il Cavaliere, sotto il cui governo l’occupazione ha raggiunto in Italia il massimo assoluto. Non lo lodano perché far lavorare è una colpa, non un merito.
Lo confesso: l’inchiesta costringe anche me a cambiare. Devo dismettere, come una centrale nucleare obsoleta, lo slogan: “C’è di peggio che lavorare troppo; ed è non lavorare per niente” che propino ai miei ragazzi a scuola. Noooo! Non lavorare è il massimo della libidine.
Ma noi, che siamo cristiani, la pensiamo così ? Oppure gli intervistatori hanno beccato 898 pagani?

Non vale la pena di mettere il lavoro al centro di un dialogo?

 

Edoardo Marinzi Dodaccio

 

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