Archive for maggio, 2004

Faccia a faccia con la Musica (prima edizione)

Posted in Incontri, Musica  by staff | maggio 21st, 2004
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Giulio Mandara racconta il primo degli incontri:

UNA MUSICA PUÒ FARE…..
“Tempo” e “ritmo” nella musica del ‘900

Da Sant’Agostino a Kant, da Vivaldi ai Beatles e a Caetano Veloso, passando per la musica etnica e il modello ipnotizzante New Age, fino alle ultime sperimentazioni che traspongono in suoni e ritmi la realtà virtuale.
Sono alcuni flash da una serata con il Mo Roberto Andreoni, Direttore dell’Accademia Internazionale della Musica di Milano (già Civica Scuola di Musica), docente di composizione e compositore egli stesso. Con l’aiuto di una presentazione in Power Point e di alcuni esempi musicali (e non solo) ha condotto il pubblico della Sala Conti di Bresso alla scoperta di alcuni concetti base della musica: tempo e ritmo. Talmente dati per scontati che anche i suoi allievi diplomandi non sanno darne una definizione scientificamente esatta. Già: perché la musica – almeno quella occidentale – ha delle regole base molto rigorose, che solo parte dei musicisti colti del XX secolo si sono incaricati di contraddire, tanto da risultare sgraditi al gusto medio.
Il tempo è quello cronologico che viene scandito in pulsazioni (beat), raggruppate in base ad accenti che portano a uno schema regolare, ripetibile e prevedibile (pattern), di appoggio e levata, battere e levare, arsi e tesi. Lo sapevano già i greci, ma oggi sappiamo che questo modo di percepire il ritmo musicale è dovuto a una legge psico-acustica, detta dei raggruppamenti.
Il ritmo poi è fatto di tanti altri elementi: agogica, fraseggio, forma, ed è dato dal modo di organizzare la durata dei suoni (o comunque degli eventi sonori) all’interno di quella stanza vuota che è il metro, la misura (2, 3, 4 tempi) in cui si articola la sequenza di pulsazioni iniziata dall’accento principale.
Abbiamo dovuto citare termini inglesi, perché quelli italiani sono troppo generici: gli italiani usano “tempo” per tutto: pulsazioni, ritmo, velocità, misure… E pensare che la velocità delle pulsazioni (agogica) viene indicata in modo univoco in tutto il mondo proprio con termini italiani: Adagio, Allegro, Presto… Ma in base a cosa, quando non c’erano metronomi e orologi? In base alla velocità del passo dell’uomo.
Bene, questa è un po’ di teoria musicale occidentale. Il ‘900, definito da Andreoni “il secolo della sincope” ha sentito le regole tradizionali del ritmo, del pattern, degli accenti, come gabbia vincolante da cui uscire. E ha deciso che le note principali e i relativi accenti non dovevano cadere in battere: ecco il concetto di sincope. Tutta la musica Jazz e latino-americana è giocata su questo. Più ancora quella africana: il ritmo non si conta, si cadenza con la danza. Il ritmo cambia a seconda di quante volte in una sequenza di pulsazioni appoggio le gambe per terra. Per l’africano la musica richiede il ballo, il coinvolgimento del corpo.
E infine ci sono le derive della musica contemporanea: quella commerciale, banale fino all’ossessione, giocata sullo schema ABA e sull’uso irrinunciabile di batteria e chitarra elettrica, come se senza queste il ritmo non esistesse. E quella della la musica colta, che scavalca i concetti base tradizionali del ritmo fino a perdere il “battere” e creare sequenze infinite di suoni, con un effetto angosciante (come in “Caduta” di Jean Claude Risset). O ancora a sovrapporre orchestre e cori che eseguono brani autonomi e tutti diversi per ritmo e strumentazione, come fa Ennio Morricone nella scena finale di “Mission”, ripresa per le Olimpiadi di Los Angeles come metafora della convivenza di razze e popoli diversi. Fino allo studio “Canone a X” di Conlon Nancarrow, compositore americano del ‘900 che ha bucato il tamburo di una pianola meccanica in modo da ottenere l’incrocio, a X appunto, di due scale di suoni, una ascendente che va infittendosi, e una discendente che va diradandosi, con ritmi totalmente sfasati, eccetto nel punto d’incrocio delle due scale, in cui i due suoni sono sincronizzati. La fine del brano, che dura pochi minuti ma sembra un vortice infinito, è una vera liberazione.
Tutte queste teorie e tecniche meritano di essere conosciute per farsi un senso musicale critico e distinguere la musica dal semplice suono, che può diventare perfino uno strumento di manipolazione più o meno occulta. Ma soprattutto, mai spegnere la passione, la curiosità sincera per il mondo dei suoni.

Giulio Mandara

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E miglia da percorrere

Posted in Mostre  by staff | maggio 15th, 2004
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LEONARDO MARALLA

Fin nel titolo che Maralla ha indicato per questa personale si svela la natura profonda del suo lavoro, che è espressione, complessa nei modi e nelle forme, di un percorso, esistenziale prima che artistico, profondamente personale ma subito caricato di una valenza universale. Il punto di partenza, come svela Maralla stesso, è un’attenzione, una passione per il vissuto dell’uomo, che informa la sua arte ma anche la sua vita di medico, psichiatra e psicoterapeuta. Ecco che allora la sua vicenda pittorica si dispiega nel tempo come luogo di continua dialettica e perenne intreccio di vissuto personale e di vissuto altrui, scaturigine di un fecondo scambio che conduce a un reciproco arricchimento. In questo suo percorso Maralla non ha avuto un maestro, non ha optato per uno “stile”, non ha adottato una forma; piuttosto, proprio come in un cammino che continuamente svela nuovi orizzonti e nuove prospettive, ha sempre trovato il maestro, lo stile, la forma che meglio si confacessero alla tappa in corso.
Si spiega così la continua e instancabile sperimentazione sui materiali, che lo ha portato dall’acquarello all’acrilico, all’olio, alle terre, al bitume, alla cenere, alla sabbia, ai materiali più diversi, alle volte prelevati direttamente dalla natura, e sui supporti (carta, tela, tavola, frammenti di legno di diversa fattura e provenienza), sperimentazione mai programmata o pianificata, ma naturale declinazione della sua posizione di uomo/artista in cammino. Dalle profondità oscure dei primi lavori, dove emergono figure come ombre, costrette e frammentate nell’iter affascinante e drammatico della presa di coscienza di sé e di sé in rapporto agli altri, il cammino si distende oltre le finestre che, come ultimo diaframma, si interpongono tra l’io e la traccia da seguire. Traccia che conduce sicura, attraverso paesaggi ancora una volta esistenziali prima che reali, ovvero luoghi di un vissuto prima che luoghi osservati, luoghi di esperienza anche drammatica prima che luoghi di contemplazione, lassù, al valico, dove la luce segna chiara non la meta, ma una tappa dalla quale ancora una volta ripartire.
Marco Vianello, 2004

Maralla, pone inconsapevolmente il dolore, la disperazione, il male, la follia tra i temi dell’arte. Si contrappone a quell’idea del bello come espressione di equilibrio, di serenità. Un’arte che descrive l’uomo in crisi, nei suoi momenti distruttivi. Un’arte del dolore che non è certo evasione e leggerezza. Egli è un artista che attinge alle immagini e alle sensazioni della follia, metafora dell’esistenza al limite della possibilità di esistere. Un’arte che scuote, richiama il volto più oscuro di questo animale che sa amare con raffinatezza ma anche uccidere con il gusto della perversione e del sadismo. È a quest’uomo che è dentro ciascuno di noi che la pittura di Maralla rimanda.
Vittorino Andreoli, 1996

L’ immagine di Maralla si chiude nel cerchio di una sostanza figurale stringente sui luoghi e sui paesaggi più elementari, che sovrastano il corso della storia e dell’uomo, ma assunti a luoghi ideali della fantasia e della mente che riflette sul destino e sui significati essenziali della vita e della morte. L’artista con queste evidenze talvolta allucinate, talaltre sorrette nella precisazione stilistica di un linguaggio talmente individuato da divenire quasi sigla, riesce a esprimere significati molteplici, a passare da toni di estrema violenza espressionistica a quelli di più rarefatto distacco.
Carlo Franza, 1999

Maralla è soprattutto un poeta. Le sue immagini, scritte, incise, graffiate, evocate con brani e lacerti di materie le più diverse sulla carta o sulla tavola, obbediscono sempre per lui, tra bitumi e oli, tra materie vegetali, colle, pigmenti e cementi, alle ragioni di uno sguardo lirico ed assorto che s’intinge nel più palpitante e sepolto nucleo delle memorie, alle radici stesse della coscienza e dell’affettività.
Giorgio Seveso, 2000

Sulla strada del mondo ciascuno regge il peso del proprio fardello e cammina sempre in cerca di qualcosa senza sapere cosa accadrà il giorno dopo. Siamo padroni dei nostri percorsi anche se, a volte, non riusciamo a sentirci liberi come vorremmo. Le incisioni di Maralla, rendono in pieno il significato e il valore del dolore e della gioia, della povertà e della solidarietà (…) e ricompongono, creativamente, il valore del “perché” la vita deve essere vissuta (…)
Giuseppe Vico, 2004

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 Leonardo Maralla

Nasce nel 1953 a Milano.
Laureato in Medicina, si specializza in Psichiatria e successivamente in Psicoterapia.
Da sempre ha dato spazio, accanto all’attività clinica, alla formazione e alla ricerca
nel campo espressivo artistico. Espone in mostre collettive e personali dal 1990.

Mostre personali:
1993 – Centro Culturale “A. Manzoni” – Bresso (Mi)
1996 – Galleria Mosaico – Chiasso (Svizzera)
1996 – Banca Popolare di Milano – sede di Novate Milanese (Mi)
1999 – Galleria Lazzaro – Corsi – Milano
2000 – Centro Culturale S. Antonio – Milano
Venti opere vengono riprodotte nel volume “Amen”, raccolta di poesie di Francesco Mascheroni
2001 – Galleria Ciovasso – Milano
2001 – Centro Culturale Sergio Valmaggi – Sesto San Giovanni (Mi)
2001 – Galleria 27 – Novate Milanese (Mi)
2002 – Cinque opere vengono riprodotte nel volume “Pensieri dell’anima”, Ed. Libroitaliano, raccolta di poesie di Alessandra Delli Quadri
2002 – Galleria Mosaico – Chiasso (Svizzera)
2004 – Centro Culturale “A. Manzoni” – Bresso (Mi)

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Preghiera e Canto a Maria

Posted in Musica  by staff | maggio 11th, 2004
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11 MAGGIO 2004 – Ore 21
Presso la Parrocchia San Carlo, in piazza de gaspari a Bresso (MI)

PREGHIERA E CANTO A MARIA

con
VALENTINA ORIANI - voce
MARCO SQUICCIARINI – chitarra
STEFANO DALL’ORA – contrabbasso

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Sto con L’Avana, quelle accuse sono ingiuste

Posted in Articoli  by staff | maggio 10th, 2004
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Volete sapere cosa ne pensa Oliviero Diliberto, esponente di spicco dei Comunisti Italiani ed ex Ministro della Giustizia nel Governo D’Alema, in merito all’esistenza di un problema di garanzia dei diritti umani a Cuba? Vi segnalo alcune sue risposte ad una intervista pubblicata su Repubblica e rintracciabile, nella forma completa, anche nel sito ufficiale del Partito dei Comunisti Italiani www.comunisti-italiani.it.

“Sto con L’Avana, quelle accuse sono ingiuste”
La Repubblica intervista Oliviero Diliberto

“C’è di mezzo anche un “protocollo” dunque per sostenere Fidel contro la Ue.
“Daremo battaglia. Per far capire all’Unione europea qual è la vera realtà di Cuba. Gli attacchi sono ipocriti e strumentali. Utilizzando lo stesso metro di giudizio, la Ue dovrebbe far scattare sanzioni contro tre quarti dei paesi del mondo. Negli Stati Uniti c’è la pena di morte. In Cina c’è la pena di morte. Ci sono despoti sanguinari, da Musharraf a Saddam, che da un giorno all’altro possono diventare amici o nemici, secondo le convenienze del momento dell’Occidente”.

A cuba la pena di morte è applicata al dissenso politico.
“Sono stati fucilati dei dirottatori di una nave civile. Fosse avvenuto in Israele, non sarebbero arrivati neanche al processo. Un bel blitz e via, giustiziati sul posto”.

Non esiste un problema di diritti umani e politici a Cuba?
“C’è una democrazia applicata in forme diverse rispetto a quella occidentale. Anche, che so, l’Arabia Saudita non è una democrazia di tipo occidentale. Ma nessuno si azzarda a dire nulla. Cuba invece è sempre sotto tiro: perché è comunista, è un simbolo. Pericoloso”.

Favorevole alla pena di morte?
“No. Nel ‘93 lo andai a dire in un convegno proprio all’Avana. Ma da amico di Cuba. La ripresa delle condanne a morte, tra l’altro, nasce dalla preoccupazione reale di un’aggressione militare, con complicità interne”.

L’Unione europea, pur deplorando l’attacco di Castro, intende continuare a fornire aiuti, ma direttamente al popolo cubano.
“Come a dire: isoliamo politicamente Castro, il leader del paese, mettiamogli contro la popolazione. Inammissibile. Illusorio, anche. Perché il consenso della popolazione a Fidel è altissimo”.

 

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Sto con L’Avana, quelle accuse sono ingiuste

Posted in Articoli  by staff | maggio 10th, 2004
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Volete sapere cosa ne pensa Oliviero Diliberto, esponente di spicco dei Comunisti Italiani ed ex Ministro della Giustizia nel Governo D’Alema, in merito all’esistenza di un problema di garanzia dei diritti umani a Cuba? Vi segnalo alcune sue risposte ad una intervista pubblicata su Repubblica e rintracciabile, nella forma completa, anche nel sito ufficiale del Partito dei Comunisti Italiani www.comunisti-italiani.it.

“Sto con L’Avana, quelle accuse sono ingiuste”
La Repubblica intervista Oliviero Diliberto

“C’è di mezzo anche un “protocollo” dunque per sostenere Fidel contro la Ue.
“Daremo battaglia. Per far capire all’Unione europea qual è la vera realtà di Cuba. Gli attacchi sono ipocriti e strumentali. Utilizzando lo stesso metro di giudizio, la Ue dovrebbe far scattare sanzioni contro tre quarti dei paesi del mondo. Negli Stati Uniti c’è la pena di morte. In Cina c’è la pena di morte. Ci sono despoti sanguinari, da Musharraf a Saddam, che da un giorno all’altro possono diventare amici o nemici, secondo le convenienze del momento dell’Occidente”.

A cuba la pena di morte è applicata al dissenso politico.
“Sono stati fucilati dei dirottatori di una nave civile. Fosse avvenuto in Israele, non sarebbero arrivati neanche al processo. Un bel blitz e via, giustiziati sul posto”.

Non esiste un problema di diritti umani e politici a Cuba?
“C’è una democrazia applicata in forme diverse rispetto a quella occidentale. Anche, che so, l’Arabia Saudita non è una democrazia di tipo occidentale. Ma nessuno si azzarda a dire nulla. Cuba invece è sempre sotto tiro: perché è comunista, è un simbolo. Pericoloso”.

Favorevole alla pena di morte?
“No. Nel ‘93 lo andai a dire in un convegno proprio all’Avana. Ma da amico di Cuba. La ripresa delle condanne a morte, tra l’altro, nasce dalla preoccupazione reale di un’aggressione militare, con complicità interne”.

L’Unione europea, pur deplorando l’attacco di Castro, intende continuare a fornire aiuti, ma direttamente al popolo cubano.
“Come a dire: isoliamo politicamente Castro, il leader del paese, mettiamogli contro la popolazione. Inammissibile. Illusorio, anche. Perché il consenso della popolazione a Fidel è altissimo”.

 

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Razzismo?

Posted in Articoli  by staff | maggio 10th, 2004
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Razzista. Per essere considerato tale basta non solo opporsi all’immigrazione, in particolar modo a quella islamica, ma anche esprimere dubbi o sottolineare le possibili difficoltà d’inserimento e di convivenza degli immigrati islamici.

Questo è, più o meno, il tono del dibattito sugli immigrati; gridare al razzismo infiamma gli animi ma non serve a capire la realtà. Troppo spesso esasperazioni ed opposte accuse fanno velo all’obiettività ed ad una distaccata valutazione del reale.
E’, quindi, necessario partire da un dato reale ed obiettivo. Se si attribuisce, cioè, alla Repubblica Federale Russa, una dimensione europea allora si deve ammettere che l’Europa è circondata da paesi che si dichiarano o ufficialmente islamici oppure dove l’Islam rappresenta una componente rilevante nella vita sociale. Non si può prescindere da questa considerazione prima di un qualsiasi tentativo d’analisi.

Perché in Italia, però, la “questione islamica” si pone come un caso particolare, a se stante, nel panorama dell’immigrazione? Per dare una prima risposta obiettiva e basata su fatti reali è necessario valutare due punti fondamentali .

Il primo punto da considerare è che in Italia le persone di religione islamica sono circa un milione e sono in crescita costante. L’Islam è la seconda religione per numero di fedeli.

Il secondo punto è valutare le richieste formulate tempo fa dal Consiglio Islamico d’Italia e cioè:
1. L’insegnamento del Corano a scuola oppure la possibilità di creare scuole mussulmane parificate
2. Il diritto delle donne di essere fotografate a viso coperto nei documenti d’identitübr /> 3. Permessi di lavoro per consentire la partecipazione ai pellegrinaggi religiosi
4. Venerdì festivo
5. Istituzione della festività di Aid el Fitr (Festa della rottura del Digiuno) e di Aid el Adha (Festa del Sacrificio)
6. Diritto di contrarre matrimoni civili con rito islamico
7. Diritto di partecipazione alle preghiere di mezzogiorno

E’ necessario, prima di formulare facili accuse di razzismo, riflettere sulle possibili conseguenze (nel caso siano accettate) delle richieste fatte dal Consiglio Islamico. E’, tutto sommato un’operazione semplice che tutti i cittadini, ma soprattutto i politici e chi governa la cosa pubblica devono fare. Proviamoci insieme:
- Con la creazione di scuole mussulmane viene meno la possibilità di integrare (pur mantenendo la propria cultura e religione), nella nostra società, i bambini mussulmani. Questo con buona pace di chi predica l’integrazione e la società multirazziale
- Perché per i cittadini italiani deve essere vietato circolare con il volto coperto e per le donne mussulmane ciò non dovrebbe avere valore? Vogliamo dimenticare o far finta che il fenomeno terrorismo islamico (per carità si tratta di frange estreme e numericamente esigue) non esista?
- Perché dopo l’abolizione di tante Festività Nazionali, religiose e civili che dovrebbero farci ricordare importanti avvenimenti della nostra storia, cultura e religione dovremmo istituirne di nuove?
- Perché il diritto civile italiano dovrebbe “abdicare” e riconoscere importanti deroghe?
- Perché un cattolico, un protestante oppure un indù non dovrebbero avere diritto alla preghiera sul proprio luogo di lavoro?

Quali sono, allora, le possibili conseguenze di tali premesse? Credo esista il reale rischio di arrivare alla creazione di comunità più chiuse ed impermeabili che rifiutano un’integrazione nella società che li accoglie. Comunità che non accettano le leggi e normali regole di convivenza, ma che, anzi, chiedono privilegi e deroghe

Una considerazione ulteriore. Esistono altre comunità d’immigrati che, pur avendo forti identità culturali, rivendicano simili diritti e privilegi? Non mi risulta, per esempio, che le comunità cinesi o indiane chiedano simili deroghe e privilegi.

Questi sono alcuni degli aspetti che i molti (non tutti per la verità) politici ed intellettuali del centro sinistra, dovrebbero prendere attentamente in considerazione prima di accusare di razzismo chi, invece, tenta di analizzare la situazione probabilmente anche sopravalutando il fenomeno, ma certamente senza pregiudizi.

Personalmente ritengo che debba essere garantita a tutti la libertà di professare la propria religione e di praticarla, ma credo anche, che debba esistere il principio di reciprocità, la possibilità, cioè, di praticare liberamente la propria religione (cattolica, protestante, induista ecc.) in tutti i paesi islamici.

Marco Pace

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Società Multiculturale

Posted in Articoli  by staff | maggio 10th, 2004
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Numerosa parte dell’opinione pubblica italiana è a favore di una società multiculturale poggiando le sue argomentazioni sugli ideali di democrazia e libertà.

Recentemente, basandosi anche su queste stesse argomentazioni, il Governo francese ha deciso di vietare all’interno di tutte le istituzioni scolastiche l’ostentazione del chador islamico o della kippah ebraica o delle croci cristiane di grandi dimensioni (chissà se la burocrazia d’oltralpe è arrivata ad indicarne anche le dimensioni massime consentite?); precedentemente il Parlamento della civilissima Svezia aveva deciso, sostanzialmente, di vietare il rito della circoncisione nei neonati equiparandola ad un vero e proprio intervento chirurgico con relativa anestesia totale.
Il Parlamento ha preso tale decisione nella logica della difesa dei diritti del bambino, ma il Congresso ebraico Mondiale, nonostante ciò, l’ha etichettata come “la prima restrizione legale introdotta in Europa contraria al rituale ebraico dopo la caduta di Hitler”.

Non commentiamo il pesante giudizio del Congresso ebraico ma sottolineiamo che la civilissima Svezia non è nuova a scelte politiche “particolari” forse la vicenda non è molto conosciuta ma dal 1935 al 1975 in Svezia, nella illuminata,civile e socialdemocratica Svezia, oltre 60 mila persone individuate ed etichettate come malati di mente o più semplicemente come emarginati sociali sono state sterilizzate (non ci credete? Eppure anche in Italia è stato pubblicato un saggio che riprende le ricerche effettuate in Svezia – “per la Nazione e per la Razza. Cittadini ed esclusi nel modello svedese” autore Piero Colla).

E questo che i cosiddetti progressisti intendono per “Società multiculturale”? La messa al bando della sfera religiosa, della presenza di Dio (di qualunque Dio in cui si creda e a cui si rivolgano preghiere) nel mondo? Può una “Società multiculturale” soggiacere ad una invadenza, che rasenta l’eliminazione, nella sfera religiosa solo nel nome di una presunta laicità dello Stato

Ernesto Galli Della Loggia sottolinea che due sono le “dimensioni” proprie di ogni cultura: la dimensione collettiva e quella del passato, la memoria storica. Esiste ancora una dimensione collettiva in Europa e in Italia in particolare? Esiste ancora un popolo con una coscienza di se dei suoi valori e della sua cultura?

Ancora interroga le nostre coscienze l’affermazione “Se ci fosse una educazione del popolo, tutti starebbero meglio” fatta da Don Giussani al TG2 del 18 novembre giorno dei funerali delle vittime dell’attentato di Nassiriya.

Il relativismo culturale unito alla perdita delle memoria storica consente il proliferare di nuove letture ed interpretazioni della storia del mondo occidentale, del suo sviluppo economico, politico e sociale; interpretazioni che attribuiscono il nostro sviluppo e benessere al solo sfruttamento degli altri paesi e non ad un processo di evoluzione millenaria. La povertà anche di molti paesi islamici potenzialmente ricchi di risorse, non è dovuta così a clamorosi errori economici e politici al fallimento, per incapacità o corruzione, delle classi dirigenti ma, secondo questa lettura distorta, allo sfruttamento selvaggio da parte delle civiltà occidentali.
L’esito di tutto ciò è l’incapacità di dialogare con le altre culture, la mancanza di valide ragioni per difendere la propria,

Il relativismo culturale e la mancanza di memoria storica ha irrimediabilmente compromesso la cultura e la coscienza del popolo o è ancora possibile battere neutralizzare con il dibattito ed il confronto culturale,questa degenerazione, quest’errore logico che per altro rappresenta per gli integralisti e gli estremisti islamici la prova inconfutabile della decadenza della cultura e civiltà occidentale?

Marco Pace

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A PROPOSITO DI PENSIONI

Posted in Articoli  by staff | maggio 10th, 2004
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Non voglio rifare i conti. Altri li fanno certo meglio.

Non voglio fare polemica politica. Altri la fanno peggio. Penso alle clamorose menzogne, alla totale ipocrisia di sindacati e compagnucci vari. Una volta, la parola compagni suscitava un senso di rispetto, come merita chi lotta e paga per un’idea sbagliata. Il rispetto che, a Bresso, suscitava il vecchio Andrea Riva. Ma ora chi paga? E chi lotta? Il bel Rutelli, nonno Bertinotti dalla erre moscia, il ben nutrito Pezzotta?
Gli imbroglioni, ora, lodano la riforma Dini, perché Dini, ora, è dei loro. Non dicono che con la riforma Dini, così com’è, tra 20 anni, la pensione sarà, al massimo, il 50 % dello stipendio. Non lo dicono perché l’hanno fatta loro, la riforma che ha già rovinato il futuro. La riforma della fame, fatta da “un rospo”. Altro che “difendiamo il futuro”, lo slogan dello sciopero del 24 ottobre.
Ma non facciamo polemica. Facciamo una considerazione sola.

Quale è l’ideale di ogni Italiano ? (magari anche di ogni straniero; non voglio allargarmi). E’ chiaro: vivere, decentemente, senza lavorare.
Chi ci riesce? Quasi nessuno.
E allora viva la pensione, subito, appena si può.
La pensione è lo strumento alla portata di tutti, per essere come Agnelli, quando era vivo: lavorava se voleva e quando voleva. Il boom economico e la cultura di questi anni ci hanno lasciato l’idea che si possa vivere senza lavorare. Quelli furbi non lavorano.

Questo rende incandescente il dibattito. Altrimenti nessuno scenderebbe in piazza per andare in pensione a 57 anni, come ora, e non a 60 o a 65, come sarà dal 2008, e solo per chi non ha maturato il diritto. Per questo nessuno discute di anni in più o in meno. Lottiamo per il diritto a sognare un mondo senza lavoro. Infatti, facciamo lavorare gli extra-comunitari, come si dice (svizzeri, canadesi, australiani, statunitensi) e noi ci teniamo 300.000 disoccupati, fatti in casa.

Duemila anni di cristianesimo e cento di socialismo sono passati invano. Il figlio di Dio, per una quindicina d’anni ha fatto il carpentiere, in bottega con papà, ma la pensiamo come, ai tempi di Nerone, Petronio Arbitro (arbiter elegantiarum, di eleganza, non di calcio): il lavoro fa schifo, umilia l’uomo e lo rende simile alla bestia. E’ come l’AIDS: “se la conosci, la eviti”.
San Pietro tirava le reti, San Paolo intrecciava canestri, i monaci hanno dissodato mezza Europa con la zappa, ma per noi la terra è bassa, la fabbrica sporca e puzzolente; anche l’ufficio è noioso.
L’intervallo rende la scuola degna di essere vissuta; le vacanze e la pensione il lavoro sopportabile.
Ma è proprio così? Padroni avidi, capi imbecilli, colleghi meschini, presidi amanti delle circolari, clienti che non pagano hanno fatto molto per farci odiare il lavoro.

Però, ogni tanto, ci sorprende il gusto di un lavoro ben fatto. Abbiamo trovato il prodotto giusto. Abbiamo fissato il prezzo giusto. Un cliente ha lodato la nostra efficacia e cortesia. Una scintilla di bellezza risplende negli occhi di uno studente. Un collega ci ha parlato da uomo a uomo. Un vecchio tino di quercia è diventato uno splendido tavolo. E i banchi di scuola hanno i ripiani nuovi. Un pezzo di stoffa è diventato un abito elegante. Abbiamo diagnosticato subito la polmonite di un paziente.
Abbiamo prodotto, creato bellezza, gioia, utilità. Nella nostra mano, nella nostra penna, nelle nostre parole è continuata la Creazione. Il nostro lavoro è servito, ha servito.
Se dimentichiamo questo, allora raccontiamo pure a noi stessi e a quelli che ci vogliono credere, la favoletta che siamo andati in pensione per non perdere i nostri diritto, per paura. Ma si possono fare le cose per paura? Sì, per paura si fanno le peggiori.
Siamo andati in pensione perché il lavoro ci fa schifo. Adesso ci fa schifo portare il cane a pisciare.

Ma non è la verità. La verità è a portata di mano, basta avere la lealtà e la semplicità di riconoscerla.

Edoardo Marinzi

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