Category: Articoli

Dall’auto alla poesia

Buon Natale 2017

“Viene il Natale per assicurare la gioia all’uomo: l’uomo raggiungerà la felicità, che è lo scopo della vita.
La certezza di questo è necessaria per vivere, e la certezza c’è quando si è in compagnia.
Cristo è la suprema compagnia che Dio fa all’uomo.” 
                                                                                                             [
Luigi Giussani] 

Buon Natale 2017
Centro Culturale A. Manzoni – Bresso     

Custodi della bellezza nel mondo

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 Articolo pubblicato su Avvenire il 27 Settembre 2014

Articolo Avvenire

 

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Galleria Fotografica della presentazione

 

 

 

 

 

 

 

PISA 2003: STUDENTI ITALIANI IN DIFFICOLTA’

E’ stato reso noto ai primi di dicembre 2004 un sintetico rapporto sui risultati di PISA 2003, la più completa ed accreditata indagine internazionale sulle conoscenze degli studenti al termine degli studi obbligatori.
PISA è l’acronimo di Programme for International Students Assessment, cioè Programma per una valutazione internazionale degli studenti, un progetto avviato nel 1997 dalla Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo in Europa. Il programma prevede una rilevazione ogni tre anni, attraverso la somministrazione di una serie strutturata di quesiti, su tre aree di competenza: quella della lettura, quella matematica e quella scientifica.
All’indagine hanno partecipato 29 paesi OCSE più 12 esterni; i risultati degli studenti italiani sono stati piuttosto deludenti:

Materia

Class. OCSE (su 29 stati)

Class. Generale (su 41 stati)

Lettura

pos. 26

pos. 30

Matematica

pos. 25

pos. 29

Scienze

pos. 21

pos. 26

Problem solving

pos. 26

pos. 31

In particolare, PISA 2003 era centrata sulla competenza di matematica, articolata in varie aree per un totale di 85 quesiti. Il campione italiano era costituito da circa 11.000 studenti, appartenenti a 407 scuole.
Al di là del risultato medio complessivo nazionale (466 punti, significativamente inferiore alla media generale di 500). è rilevante che solo l’1,5% degli studenti italiani si sia classificato al livello 6 (il più alto) contro il 4% della media OCSE e il 6,5% dei paesi meglio posizionati. All’estremo opposto il 18,7% dei nostri giovani si è collocato al livello 1 ed un ulteriore 13,2% al di sotto di tale livello, contro il 13,2% e 8,2% della media OCSE e rispettivamente il 5,3% e l’1,5% dei paesi meglio collocati.
Non diversi nel complesso sono stati i risultati nelle altre aree di competenza. In lettura il punteggio medio è stato di 476, a fronte di 487 nel 2000. In scienze il dato meno deludente: 486. Per quanto riguarda il problem solving il punteggio medio è stato di 469.
Il dato nazionale subisce profonde modifiche se si suddivide per aree regionali: da tale analisi emerge che il Nord-Ovest e il Nord-Est si collocano sistematicamente sopra la media OCSE (intorno a 510 punti), il centro oscilla intorno alla media nazionale, il Sud e le Isole sono paurosamente al di sotto. Più in particolare, gli studenti trentini si collocano in cima alla classifica internazionale e quelli di Bolzano al terzo posto.
Cose risapute queste certo, ma che evidenziano che le differenze regionali in campo scolastico sono nel nostro paese più vistose che nella maggior parte degli altri paesi presi in considerazione.
L’aspetto però più interessante è capire se esiste una relazione tra la modalità di organizzazione di un sistema scolastico e il successo formativo degli studenti.
Secondo il prof. Petrolino, esponente di rilievo della Associazione Nazionale Presidi, sembrerebbe di sì, pur nella difficoltà di operare un confronto tra situazioni diverse. E le sue osservazioni meritano attenzione:
§ I paesi meglio collocati sono quelli in cui i sistemi di istruzione risultano fortemente decentrati (Finlandia, Olanda; fuori dall’Europa: Giappone, Canada);
§ Si classificano generalmente meglio i paesi in cui le scuole hanno un buon livello di autonomia organizzativa. In Finlandia, ad esempio, gli studenti non sono organizzati in classi, ma seguono corsi di diverso livello. Ognuno di loro compie il suo percorso e può trovarsi a frequentare corsi di livello diverso nelle varie discipline;
§ Danno migliori risultati le scuole dei paesi in cui la gestione del personale docente è decentrata. In Olanda, ma anche in Finlandia ed in Canada, gli insegnanti sono scelti, assunti e gestiti dalle scuole;
§ C’è una buona corrispondenza fra il livello di flessibilità curricolare concretamente praticato dalle scuole e la qualità degli esiti. Non solo: le differenze di rendimento fra le scuole sono meno rilevanti in alcuni di questi paesi rispetto all’Italia con buona pace di quanti sbandierano la preoccupazione che l’opzionalità e la differenziazione curricolare portino inevitabilmente ad allargare le disuguaglianze e a creare scuole di serie A e di serie B.
Come si può vedere le osservazioni del prof. Petrolino sono interessanti: vien subito da pensare che certe sottolineature della riforma in atto nella scuola italiana (personalizzazione dei percorsi, superamento del gruppo classe…) non sono poi così peregrine come qualche solone di casa nostra vorrebbe farci credere.
E anche l’idea di favorire l’autonomia delle scuole anche fino al punto di lasciar loro un po’ di spazio nell’assunzione dei docenti incuriosisce. Sindacati permettendo…

Roberto Rossetti

Que viva Cuba Libre?

Avendo recentemente festeggiato il 45° anniversario della Rivoluzione Fidel Castro è quasi sicuramente tra i più longevi Capi di Stato del nostro periodo storico.
Pur essendo ormai una “reliquia” fuori dal tempo di una antica e – dopo la scelta cinese di una economia “libera e selvaggia”- ormai surreale contrapposizione tra modello socialista ed economia di mercato, Fidel può vantare ancora e nonostante tutto su un certo numero di “aficionados” italiani.

Sia chiaro che non mi riferisco ai soli militanti “duri e puri” di Rifondazione Comunista o ai nostalgici del correntone DS, ma anche a vasti settori dell’informazione e dell’opinione pubblica compreso tanti cattolici.

Cuba nell’immaginario di molti è ancora un paradiso caraibico con un mare stupendo, spiagge incantevoli, belle ragazze e dove la rivoluzione socialista ha azzerato la povertà, l’ignoranza e le malattie.

Qual è invece la realtà? Un economia ormai allo stremo a cui neanche il turismo, sessuale e non, riesce a dare una boccata d’ossigeno, 350 mila disoccupati, 120 mila carcerati (80% neri) condannati nella maggior parte dei casi per reati che ormai esistono solo a Cuba ed in Corea del Nord (proprietà privata e libero commercio).
Libertà politica e d’opinione? Completamente negata.

Lucidamente il dittatore Castro utilizza la guerra in Iraq per assestare pesanti colpi all’opposizione che giorno per giorno aumenta e si organizza.
Poco dopo lo scoppio della guerra, infatti, il regime arresta 75 “dissidenti antirivoluzionari” e li condanna complessivamente a 1450 anni di prigione; sempre utilizzando la copertura che la guerra gli fornisce condanna, poi, a morte 3 giovani che avevano tentato di sequestrare un traghetto per fuggire negli Stati Uniti.

L’inserimento di Cuba nella lista nera statunitense dei possibili produttori di armi biologiche di massa consentiva prima a Castro di sventolare questo come prova di una volontà americana di attaccare militarmente Cuba entro breve tempo; e poi di sostenere che ogni articolo di dissenso o di critica al regime o richiesta di maggiore democrazia potessero essere considerati come “crimini contro la sicurezza nazionale”. D’altra parte una modifica del giugno 2002 alla Costituzione stabilisce che il regime sociali è irreversibile…

Eppure notizie come queste raramente arrivano all’onore della prima pagina.
Ci avete mai pensato? Non credete che tutto ciò sia un chiaro esempio di “egemonia e disinformazione politico – culturale”?

Marco Pace

Italiani Invisibili

Il prossimo 29 novembre si terrà l’ormai tradizionale Colletta Nazionale organizzata dal Banco Alimentare. Un’occasione per un gesto di reale e concreta solidarietà, un momento di condivisione dei bisogni che riguardano, purtroppo, ancora tante persone, per condividere così il senso della vita.
Per approfondire e capire meglio le dimensioni del fenomeno povertà in Italia vi proponiamo questa nota.

Strano paese l’Italia: un paese ricco con 7.140.000 poveri. I poveri sono un “problema” silenzioso di povertà non si parla, la povertà è negata, dimenticata; i poveri sono “cittadini invisibili”. 

Il 17 ottobre è stata la “Giornata Mondiale” dedicata alla povertà. Non sono, solitamente, a favore delle “Giornata Mondiali” sorta di celebrazioni una tantum che non hanno poi ricadute reali nella risoluzione del problema, ma sulla giornata del 17 ottobre il giudizio è meno netto proprio perché è necessario riuscire ad arrivare sulle pagine dei giornali per ricordare a tutti l’esistenza di questa umanità dimenticata, negata.

Un esempio di quanto affermato è lo spazio dato alla pubblicazione del Rapporto 2002 dell’ISTAT.
Quando, infatti, l’ISTAT, il 22 luglio 2003, ha reso noti i risultati del “Rapporto sulla povertà in Italia 2002” questi sono stati generalmente ignorati non solo dai mass media, ma anche e soprattutto dalla classe politica italiana. Il silenzio coinvolge sostanzialmente sia la destra sia la sinistra, ma quello che sicuramente appare assordante è il silenzio che regna nello schieramento di sinistra; forse anche perché con il Governo Berlusconi, nonostante le note difficoltà economiche mondiali, il numero dei poveri è diminuito passando da 7.828.000 a 7.140.000.

La sinistra sin dalla sua nascita ha, infatti, rivolto la sua attenzione e le sue rivendicazioni per il miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici, particolarmente verso quelle fasce più a rischio di povertà ed emarginazione, fenomeni che lo sviluppo industriale sembrava richiedere come una crudele ed inevitabile necessità.

Ora, invece, la nostra moderna sinistra accoglie questi dati con un disinteresse glaciale. Tutto ciò conferma ancora una volta la scelta fatta dalla sinistra, e dal sindacato che più le è vicino, di rappresentare gli “inclusi”, i “garantiti”, interi settori della società che posso già vantare un discreto livello di vita e di benessere.

Sono questi settori i veri “piccoli borghesi” che vedono nei cambiamenti, in tutti i cambiamenti, una minaccia per il proprio livello di vita, per il proprio peso sociale e la propria egemonia culturale e politica. Fino a un decennio fa la sinistra poteva ancora vantarsi di rappresentare, a torto o a ragione, i ceti sociali più disagiati, i diseredati della terra, gli emarginati e da ciò derivava una sorta di superiorità morale nei confronti degli altri schieramenti culturali e politici, liberali e cattolici in testa. Ora chi “non ha altro da perdere che le proprie catene” gli è diventato invisibile.

Per rendersi conto della drammaticità del fenomeno povertà è sufficiente ricordare un solo semplice aspetto dietro ad ognuno di questi numeri esiste una persona, una persona con la sua vita ed il suo dramma personale.
Come dire dietro il fenomeno statistico, dietro i numeri, dietro la povertà ci sono i poveri.

Per avere un quadro della situazione scorriamo il rapporto dell’ISTAT contenente le definizioni e le cifre ufficiali relative al 2002.

Secondo l’ISTAT una famiglia di due persone vive in condizione di “povertà relativa” quando spende mensilmente in consumi 823,45 euro, importo pari alla spesa media delle famiglie italiane.
In Italia vivono in una condizione di povertà relativa 2 milioni 456 mila famiglie (erano 2 milioni 663) pari al 11% del totale delle famiglie (22 milioni 270 mila) per un totale, ricordiamolo nuovamente, di 7.140.000 persone.

Linea di povertà relativa ed assoluta – 2001-2002
Componenti il nucleo familiare Linea di povertà relativa in euro/mese Linea di povertà assoluta in euro/mese

L’ISTAT definisce condizione di “povertà assoluta” come l’incapacità di acquistare un determinato paniere di beni e servizi ritenuti indispensabili per una famiglia italiana.
La linea di “povertà assoluta” per una famiglia di due persone è stabilita a 573,63 euro al mese. In Italia vivono in queste condizioni 926 mila famiglie (pari al 4% del totale, erano 940 all’anno precedente) per un totale di 2 milioni e 916 mila persone (pari al 5,1% della popolazione totale).

Chi sono, però, le persone che rischiano maggiormente di trovarsi in una situazione di povertà?
Il rapporto annuale dell’ISTAT fornisce anche questa risposta, la condizione di povertà, sia relativa sia assoluta, si concentra soprattutto nelle famiglie numerose (con minimo tre figli), in quelle con anziani a carico, tra gli anziani che vivono soli e nei nuclei famigliari dove uno dei componenti è in cerca di occupazione.

Dai dati dell’ISTAT emerge, poi, chiaramente il forte legame che unisce la condizione di povertà con quella di disoccupazione.
L’incidenza della povertà tocca, infatti, il 20% se uno dei componenti il nucleo famigliare è senza lavoro e raggiunge il 37,3% se sono almeno 2 le persone in cerca di occupazione.

Marco Pace

La Cina stupisce il mondo.

La Cina stupisce il mondo.
Ovvero: esecuzioni legali di massa

Fenomeno Cina. Un paese fenomeno che turba il sonno di economisti, imprenditori e politici.
Un paese che stupisce non solo per i successi industriali, di crescita economica e del PIL, ma anche perché detiene il ben più triste, macabro e quasi sconosciuto, primato delle esecuzioni capitali.
Nel corso del 2003 sono state eseguite, legalmente, in tutto il mondo 1146 condanne a morte di queste ben 726 sono state eseguite in Cina.

L’orrore non finisce però qui: La stima di un giurista cinese parla di almeno 10.000 condanne a morte eseguite. Pensate che con questo si sia toccato il fondo del sopruso, della violenza, dell’orrore? No, gli imputati possono essere processati senza conoscere l’accusa o vedere un avvocato fino al momento in cui entrano in tribunale e molto spesso le confessioni vengono estorte con la tortura.
Le stesse esecuzioni diventano più numerose nel corso delle festività nazionali e sono utilizzate per annunciare l’apertura di nuove campagne contro la criminalità; in questi casi diventano pubbliche ed acquistano particolare valenza nel tentativo di utilizzare l’arma della paura per fermare i reati. L’esecuzione diventa uno “spettacolo” a cui assistono, obbligatoriamente, migliaia di persone tra cui intere scolaresche.

I reati punibili con la pena di morte sono una lista lunga, varia e che tiene conto anche dei “moderni” dettami sanitari e ambientalisti si va, infatti, dall’omicidio, alla rapina, al furto, allo sfruttamento della prostituzione, alla pubblicazione di materiale pornografico, al teppismo, al disturbo dell’ordine pubblico, al sabotaggio controrivoluzionario, al traffico di droga, alla corruzione, alla concussione, all’usura, all’evasione fiscale fino ad arrivare alle nuove aggiunte del contrabbando, della falsificazione di banconote, della diffusione deliberata della SARS e della produzione di materie prime tossiche.

La discesa nell’orrore non ha fine, secondo Amnesty International vi è anche il forte sospetto di un legame fra esecuzioni capitali e trapianto degli organi. Nonostante quando dichiarato dal capo delegazione cinese alle Nazioni Unite: “Il prelievo di organi dai condannati a morte necessita del consenso e della firma del criminale o del consenso dei suoi parenti, oltre all’approvazione del tribunale” la realtà prospettata da Amnesty International è ben diversa: “le strette relazioni tra tribunali ed ospedali, oltre alla segretezza che circonda il processo e all’aumentato introito generato dai trapianti per gli ospedali, fanno sorgere il fondato sospetto che in alcuni casi la tempestività delle esecuzioni possa essere collegata al bisogno di organi per i trapianti”.
Insomma si eseguono le esecuzioni capitali anche a fronte di una richiesta di organi.

Tutto questo è la logica conseguenza del crollo di un regime comunista che ha effettuato per perpetuarsi la scelta di abbracciare una economia di mercato estremamente liberista, senza logiche, senza né regole né controlli. Una libertà di mercato selvaggia e senza regole resa ancora più ingiusta dall’assoluta mancanza di democrazia e libertà politica, culturale e religiosa. Un’assoluta mancanza di diritti della persona che viene vista esclusivamente come un fattore di produzione economica e non come un uomo.
Il commento migliore e che coglie la ragione più profonda di una simile situazione è ilseguente:
“Essere in possesso di un potere, se non è definito da una responsabilità morale e non è controllato da un profondo rispetto della persona, significa distruzione dell’uomo”.

 

Marco Pace

Sto con L’Avana, quelle accuse sono ingiuste

Volete sapere cosa ne pensa Oliviero Diliberto, esponente di spicco dei Comunisti Italiani ed ex Ministro della Giustizia nel Governo D’Alema, in merito all’esistenza di un problema di garanzia dei diritti umani a Cuba? Vi segnalo alcune sue risposte ad una intervista pubblicata su Repubblica e rintracciabile, nella forma completa, anche nel sito ufficiale del Partito dei Comunisti Italiani www.comunisti-italiani.it.

“Sto con L’Avana, quelle accuse sono ingiuste”
La Repubblica intervista Oliviero Diliberto

“C’è di mezzo anche un “protocollo” dunque per sostenere Fidel contro la Ue.
“Daremo battaglia. Per far capire all’Unione europea qual è la vera realtà di Cuba. Gli attacchi sono ipocriti e strumentali. Utilizzando lo stesso metro di giudizio, la Ue dovrebbe far scattare sanzioni contro tre quarti dei paesi del mondo. Negli Stati Uniti c’è la pena di morte. In Cina c’è la pena di morte. Ci sono despoti sanguinari, da Musharraf a Saddam, che da un giorno all’altro possono diventare amici o nemici, secondo le convenienze del momento dell’Occidente”.

A cuba la pena di morte è applicata al dissenso politico.
“Sono stati fucilati dei dirottatori di una nave civile. Fosse avvenuto in Israele, non sarebbero arrivati neanche al processo. Un bel blitz e via, giustiziati sul posto”.

Non esiste un problema di diritti umani e politici a Cuba?
“C’è una democrazia applicata in forme diverse rispetto a quella occidentale. Anche, che so, l’Arabia Saudita non è una democrazia di tipo occidentale. Ma nessuno si azzarda a dire nulla. Cuba invece è sempre sotto tiro: perché è comunista, è un simbolo. Pericoloso”.

Favorevole alla pena di morte?
“No. Nel ’93 lo andai a dire in un convegno proprio all’Avana. Ma da amico di Cuba. La ripresa delle condanne a morte, tra l’altro, nasce dalla preoccupazione reale di un’aggressione militare, con complicità interne”.

L’Unione europea, pur deplorando l’attacco di Castro, intende continuare a fornire aiuti, ma direttamente al popolo cubano.
“Come a dire: isoliamo politicamente Castro, il leader del paese, mettiamogli contro la popolazione. Inammissibile. Illusorio, anche. Perché il consenso della popolazione a Fidel è altissimo”.

 

Sto con L’Avana, quelle accuse sono ingiuste

Volete sapere cosa ne pensa Oliviero Diliberto, esponente di spicco dei Comunisti Italiani ed ex Ministro della Giustizia nel Governo D’Alema, in merito all’esistenza di un problema di garanzia dei diritti umani a Cuba? Vi segnalo alcune sue risposte ad una intervista pubblicata su Repubblica e rintracciabile, nella forma completa, anche nel sito ufficiale del Partito dei Comunisti Italiani www.comunisti-italiani.it.

“Sto con L’Avana, quelle accuse sono ingiuste”
La Repubblica intervista Oliviero Diliberto

“C’è di mezzo anche un “protocollo” dunque per sostenere Fidel contro la Ue.
“Daremo battaglia. Per far capire all’Unione europea qual è la vera realtà di Cuba. Gli attacchi sono ipocriti e strumentali. Utilizzando lo stesso metro di giudizio, la Ue dovrebbe far scattare sanzioni contro tre quarti dei paesi del mondo. Negli Stati Uniti c’è la pena di morte. In Cina c’è la pena di morte. Ci sono despoti sanguinari, da Musharraf a Saddam, che da un giorno all’altro possono diventare amici o nemici, secondo le convenienze del momento dell’Occidente”.

A cuba la pena di morte è applicata al dissenso politico.
“Sono stati fucilati dei dirottatori di una nave civile. Fosse avvenuto in Israele, non sarebbero arrivati neanche al processo. Un bel blitz e via, giustiziati sul posto”.

Non esiste un problema di diritti umani e politici a Cuba?
“C’è una democrazia applicata in forme diverse rispetto a quella occidentale. Anche, che so, l’Arabia Saudita non è una democrazia di tipo occidentale. Ma nessuno si azzarda a dire nulla. Cuba invece è sempre sotto tiro: perché è comunista, è un simbolo. Pericoloso”.

Favorevole alla pena di morte?
“No. Nel ’93 lo andai a dire in un convegno proprio all’Avana. Ma da amico di Cuba. La ripresa delle condanne a morte, tra l’altro, nasce dalla preoccupazione reale di un’aggressione militare, con complicità interne”.

L’Unione europea, pur deplorando l’attacco di Castro, intende continuare a fornire aiuti, ma direttamente al popolo cubano.
“Come a dire: isoliamo politicamente Castro, il leader del paese, mettiamogli contro la popolazione. Inammissibile. Illusorio, anche. Perché il consenso della popolazione a Fidel è altissimo”.

 

Razzismo?

Razzista. Per essere considerato tale basta non solo opporsi all’immigrazione, in particolar modo a quella islamica, ma anche esprimere dubbi o sottolineare le possibili difficoltà d’inserimento e di convivenza degli immigrati islamici.

Questo è, più o meno, il tono del dibattito sugli immigrati; gridare al razzismo infiamma gli animi ma non serve a capire la realtà. Troppo spesso esasperazioni ed opposte accuse fanno velo all’obiettività ed ad una distaccata valutazione del reale.
E’, quindi, necessario partire da un dato reale ed obiettivo. Se si attribuisce, cioè, alla Repubblica Federale Russa, una dimensione europea allora si deve ammettere che l’Europa è circondata da paesi che si dichiarano o ufficialmente islamici oppure dove l’Islam rappresenta una componente rilevante nella vita sociale. Non si può prescindere da questa considerazione prima di un qualsiasi tentativo d’analisi.

Perché in Italia, però, la “questione islamica” si pone come un caso particolare, a se stante, nel panorama dell’immigrazione? Per dare una prima risposta obiettiva e basata su fatti reali è necessario valutare due punti fondamentali .

Il primo punto da considerare è che in Italia le persone di religione islamica sono circa un milione e sono in crescita costante. L’Islam è la seconda religione per numero di fedeli.

Il secondo punto è valutare le richieste formulate tempo fa dal Consiglio Islamico d’Italia e cioè:
1. L’insegnamento del Corano a scuola oppure la possibilità di creare scuole mussulmane parificate
2. Il diritto delle donne di essere fotografate a viso coperto nei documenti d’identitübr /> 3. Permessi di lavoro per consentire la partecipazione ai pellegrinaggi religiosi
4. Venerdì festivo
5. Istituzione della festività di Aid el Fitr (Festa della rottura del Digiuno) e di Aid el Adha (Festa del Sacrificio)
6. Diritto di contrarre matrimoni civili con rito islamico
7. Diritto di partecipazione alle preghiere di mezzogiorno

E’ necessario, prima di formulare facili accuse di razzismo, riflettere sulle possibili conseguenze (nel caso siano accettate) delle richieste fatte dal Consiglio Islamico. E’, tutto sommato un’operazione semplice che tutti i cittadini, ma soprattutto i politici e chi governa la cosa pubblica devono fare. Proviamoci insieme:
– Con la creazione di scuole mussulmane viene meno la possibilità di integrare (pur mantenendo la propria cultura e religione), nella nostra società, i bambini mussulmani. Questo con buona pace di chi predica l’integrazione e la società multirazziale
– Perché per i cittadini italiani deve essere vietato circolare con il volto coperto e per le donne mussulmane ciò non dovrebbe avere valore? Vogliamo dimenticare o far finta che il fenomeno terrorismo islamico (per carità si tratta di frange estreme e numericamente esigue) non esista?
– Perché dopo l’abolizione di tante Festività Nazionali, religiose e civili che dovrebbero farci ricordare importanti avvenimenti della nostra storia, cultura e religione dovremmo istituirne di nuove?
– Perché il diritto civile italiano dovrebbe “abdicare” e riconoscere importanti deroghe?
– Perché un cattolico, un protestante oppure un indù non dovrebbero avere diritto alla preghiera sul proprio luogo di lavoro?

Quali sono, allora, le possibili conseguenze di tali premesse? Credo esista il reale rischio di arrivare alla creazione di comunità più chiuse ed impermeabili che rifiutano un’integrazione nella società che li accoglie. Comunità che non accettano le leggi e normali regole di convivenza, ma che, anzi, chiedono privilegi e deroghe

Una considerazione ulteriore. Esistono altre comunità d’immigrati che, pur avendo forti identità culturali, rivendicano simili diritti e privilegi? Non mi risulta, per esempio, che le comunità cinesi o indiane chiedano simili deroghe e privilegi.

Questi sono alcuni degli aspetti che i molti (non tutti per la verità) politici ed intellettuali del centro sinistra, dovrebbero prendere attentamente in considerazione prima di accusare di razzismo chi, invece, tenta di analizzare la situazione probabilmente anche sopravalutando il fenomeno, ma certamente senza pregiudizi.

Personalmente ritengo che debba essere garantita a tutti la libertà di professare la propria religione e di praticarla, ma credo anche, che debba esistere il principio di reciprocità, la possibilità, cioè, di praticare liberamente la propria religione (cattolica, protestante, induista ecc.) in tutti i paesi islamici.

Marco Pace

Società Multiculturale

Numerosa parte dell’opinione pubblica italiana è a favore di una società multiculturale poggiando le sue argomentazioni sugli ideali di democrazia e libertà.

Recentemente, basandosi anche su queste stesse argomentazioni, il Governo francese ha deciso di vietare all’interno di tutte le istituzioni scolastiche l’ostentazione del chador islamico o della kippah ebraica o delle croci cristiane di grandi dimensioni (chissà se la burocrazia d’oltralpe è arrivata ad indicarne anche le dimensioni massime consentite?); precedentemente il Parlamento della civilissima Svezia aveva deciso, sostanzialmente, di vietare il rito della circoncisione nei neonati equiparandola ad un vero e proprio intervento chirurgico con relativa anestesia totale.
Il Parlamento ha preso tale decisione nella logica della difesa dei diritti del bambino, ma il Congresso ebraico Mondiale, nonostante ciò, l’ha etichettata come “la prima restrizione legale introdotta in Europa contraria al rituale ebraico dopo la caduta di Hitler”.

Non commentiamo il pesante giudizio del Congresso ebraico ma sottolineiamo che la civilissima Svezia non è nuova a scelte politiche “particolari” forse la vicenda non è molto conosciuta ma dal 1935 al 1975 in Svezia, nella illuminata,civile e socialdemocratica Svezia, oltre 60 mila persone individuate ed etichettate come malati di mente o più semplicemente come emarginati sociali sono state sterilizzate (non ci credete? Eppure anche in Italia è stato pubblicato un saggio che riprende le ricerche effettuate in Svezia – “per la Nazione e per la Razza. Cittadini ed esclusi nel modello svedese” autore Piero Colla).

E questo che i cosiddetti progressisti intendono per “Società multiculturale”? La messa al bando della sfera religiosa, della presenza di Dio (di qualunque Dio in cui si creda e a cui si rivolgano preghiere) nel mondo? Può una “Società multiculturale” soggiacere ad una invadenza, che rasenta l’eliminazione, nella sfera religiosa solo nel nome di una presunta laicità dello Stato

Ernesto Galli Della Loggia sottolinea che due sono le “dimensioni” proprie di ogni cultura: la dimensione collettiva e quella del passato, la memoria storica. Esiste ancora una dimensione collettiva in Europa e in Italia in particolare? Esiste ancora un popolo con una coscienza di se dei suoi valori e della sua cultura?

Ancora interroga le nostre coscienze l’affermazione “Se ci fosse una educazione del popolo, tutti starebbero meglio” fatta da Don Giussani al TG2 del 18 novembre giorno dei funerali delle vittime dell’attentato di Nassiriya.

Il relativismo culturale unito alla perdita delle memoria storica consente il proliferare di nuove letture ed interpretazioni della storia del mondo occidentale, del suo sviluppo economico, politico e sociale; interpretazioni che attribuiscono il nostro sviluppo e benessere al solo sfruttamento degli altri paesi e non ad un processo di evoluzione millenaria. La povertà anche di molti paesi islamici potenzialmente ricchi di risorse, non è dovuta così a clamorosi errori economici e politici al fallimento, per incapacità o corruzione, delle classi dirigenti ma, secondo questa lettura distorta, allo sfruttamento selvaggio da parte delle civiltà occidentali.
L’esito di tutto ciò è l’incapacità di dialogare con le altre culture, la mancanza di valide ragioni per difendere la propria,

Il relativismo culturale e la mancanza di memoria storica ha irrimediabilmente compromesso la cultura e la coscienza del popolo o è ancora possibile battere neutralizzare con il dibattito ed il confronto culturale,questa degenerazione, quest’errore logico che per altro rappresenta per gli integralisti e gli estremisti islamici la prova inconfutabile della decadenza della cultura e civiltà occidentale?

Marco Pace

A PROPOSITO DI PENSIONI

Non voglio rifare i conti. Altri li fanno certo meglio.

Non voglio fare polemica politica. Altri la fanno peggio. Penso alle clamorose menzogne, alla totale ipocrisia di sindacati e compagnucci vari. Una volta, la parola compagni suscitava un senso di rispetto, come merita chi lotta e paga per un’idea sbagliata. Il rispetto che, a Bresso, suscitava il vecchio Andrea Riva. Ma ora chi paga? E chi lotta? Il bel Rutelli, nonno Bertinotti dalla erre moscia, il ben nutrito Pezzotta?
Gli imbroglioni, ora, lodano la riforma Dini, perché Dini, ora, è dei loro. Non dicono che con la riforma Dini, così com’è, tra 20 anni, la pensione sarà, al massimo, il 50 % dello stipendio. Non lo dicono perché l’hanno fatta loro, la riforma che ha già rovinato il futuro. La riforma della fame, fatta da “un rospo”. Altro che “difendiamo il futuro”, lo slogan dello sciopero del 24 ottobre.
Ma non facciamo polemica. Facciamo una considerazione sola.

Quale è l’ideale di ogni Italiano ? (magari anche di ogni straniero; non voglio allargarmi). E’ chiaro: vivere, decentemente, senza lavorare.
Chi ci riesce? Quasi nessuno.
E allora viva la pensione, subito, appena si può.
La pensione è lo strumento alla portata di tutti, per essere come Agnelli, quando era vivo: lavorava se voleva e quando voleva. Il boom economico e la cultura di questi anni ci hanno lasciato l’idea che si possa vivere senza lavorare. Quelli furbi non lavorano.

Questo rende incandescente il dibattito. Altrimenti nessuno scenderebbe in piazza per andare in pensione a 57 anni, come ora, e non a 60 o a 65, come sarà dal 2008, e solo per chi non ha maturato il diritto. Per questo nessuno discute di anni in più o in meno. Lottiamo per il diritto a sognare un mondo senza lavoro. Infatti, facciamo lavorare gli extra-comunitari, come si dice (svizzeri, canadesi, australiani, statunitensi) e noi ci teniamo 300.000 disoccupati, fatti in casa.

Duemila anni di cristianesimo e cento di socialismo sono passati invano. Il figlio di Dio, per una quindicina d’anni ha fatto il carpentiere, in bottega con papà, ma la pensiamo come, ai tempi di Nerone, Petronio Arbitro (arbiter elegantiarum, di eleganza, non di calcio): il lavoro fa schifo, umilia l’uomo e lo rende simile alla bestia. E’ come l’AIDS: “se la conosci, la eviti”.
San Pietro tirava le reti, San Paolo intrecciava canestri, i monaci hanno dissodato mezza Europa con la zappa, ma per noi la terra è bassa, la fabbrica sporca e puzzolente; anche l’ufficio è noioso.
L’intervallo rende la scuola degna di essere vissuta; le vacanze e la pensione il lavoro sopportabile.
Ma è proprio così? Padroni avidi, capi imbecilli, colleghi meschini, presidi amanti delle circolari, clienti che non pagano hanno fatto molto per farci odiare il lavoro.

Però, ogni tanto, ci sorprende il gusto di un lavoro ben fatto. Abbiamo trovato il prodotto giusto. Abbiamo fissato il prezzo giusto. Un cliente ha lodato la nostra efficacia e cortesia. Una scintilla di bellezza risplende negli occhi di uno studente. Un collega ci ha parlato da uomo a uomo. Un vecchio tino di quercia è diventato uno splendido tavolo. E i banchi di scuola hanno i ripiani nuovi. Un pezzo di stoffa è diventato un abito elegante. Abbiamo diagnosticato subito la polmonite di un paziente.
Abbiamo prodotto, creato bellezza, gioia, utilità. Nella nostra mano, nella nostra penna, nelle nostre parole è continuata la Creazione. Il nostro lavoro è servito, ha servito.
Se dimentichiamo questo, allora raccontiamo pure a noi stessi e a quelli che ci vogliono credere, la favoletta che siamo andati in pensione per non perdere i nostri diritto, per paura. Ma si possono fare le cose per paura? Sì, per paura si fanno le peggiori.
Siamo andati in pensione perché il lavoro ci fa schifo. Adesso ci fa schifo portare il cane a pisciare.

Ma non è la verità. La verità è a portata di mano, basta avere la lealtà e la semplicità di riconoscerla.

Edoardo Marinzi

SEMPLICI INDICAZIONI PER COMPRENDERE LA RIFORMA DELLA SCUOLA

Per favorire una comprensione anche dei non addetti al lavoro provo ad elencare sinteticamente i punti principali del primo decreto legislativo che dà attuazione alla riforma della scuola, relativamente al primo ciclo di istruzione.

•  La struttura scolastica : resta sostanzialmente quella attuale con la scuola dell’infanzia (durata 3 anni), la scuola primaria (durata 5 anni) suddivisa in un primo anno e in due successivi bienni, la scuola secondaria di primo grado (durata 3 anni) suddivisa in un biennio e in un terzo anno in raccordo con la scuola superiore. Sparisce l’esame di quinta elementare, resta invece confermato quello di terza media. L’altra novità, sbandierata di mass media, ma a mio parere di secondaria importanza rispetto all’impianto complessivo, è la possibilità della iscrizione in anticipo: i genitori, se vogliono, possono iscrivere alla scuola primaria i figli che compiono i 6 anni entro, gradualmente, il 30 aprile dell’anno successivo e alla scuola dell’infanzia quelli che compiono i 3 anni entro la stessa data.

•  Il tempo scuola : l’orario annuale è di 891 ore (pari a 27 ore settimanali) a cui si aggiungono nella scuola primaria 3 ore settimanali e nella scuola secondaria di primo grado 6 ore settimanali, la cui scelta è facoltativa e opzionale per gli allievi (ma le scuole sono tenute a proporle!) e la cui frequenza è gratuita. La scelta è operata dai genitori al momento della iscrizione. A queste ore si può aggiungere la mensa fino ad un massimo di 10 ore settimanali nella scuola primaria e di 7 nella scuola media.
Proviamo ad esemplificare per capire meglio. Oggi l’alunno iscritto ad una classe a tempo pieno nella scuola elementare generalmente frequenta dal lunedì al venerdì dalle ore 8,30 alle 16,30; con la riforma, l’alunno che è stato iscritto alle 30 ore più la mensa farà esattamente lo stesso orario. Nella scuola secondaria di primo grado invece passiamo dalle attuali 30 ore settimanali (36 nel tempo prolungato) ad un orario che prevede dalle 27 alle 33 ore settimanali. Si é quindi di fronte ad una riduzione dell’orario scolastico, ma occorre ricordare che la richiesta del tempo prolungato nelle medie tranne alcune eccezioni è in forte diminuzione; la proposta invece di alcune attività interessanti (penso ad esempio ad un potenziamento delle lingue straniere, ad attività pratiche e/o musicali, a corsi di scrittura creativa…) porterà, come è già avvenuto per le iscrizioni di quest’anno, ad un aumento dell’orario minimo previsto.

•  Le materie : fin dal primo anno della scuola primaria vengono introdotte l’inglese e l’informatica, quest’ultima intesa non come materia a sé ma come strumento di comunicazione. A partire dal primo anno della scuola secondaria di primo grado si studia una seconda lingua europea. In entrambi gli ordini di scuola si aggiunge poi l’Educazione alla convivenza civile, suddivisa in educazione alla cittadinanza, stradale, ambientale, alla salute, alimentare, all’affettività. Non si tratta di materie in più, ma di attività inserite nel normale lavoro scolastico.

•  Competenze dello stato, autonomia delle scuole : spariscono i vecchi programmi stabiliti centralmente ed uguali su tutto il territorio nazionale da Bolzano all’isola di Pantelleria. In attuazione del Regolamento della autonomia, in vigore dal 1999, lo Stato centralmente fissa gli obiettivi generali del processo formativo e gli obiettivi specifici di apprendimento; tocca alle scuole determinare responsabilmente i percorsi di apprendimento, le attività didattiche, le modalità concrete per raggiungere gli obiettivi fissati. E’ questo uno degli aspetti più interessanti della Riforma: basta con il soffocante centralismo di stampo napoleonico, più potere e più responsabilità alle scuole, che diventano così protagoniste in prima persona nel loro lavoro con gli alunni.

•  L’insegnante tutor : in ogni classe viene individuato un docente tutor che, in piena collaborazione con gli altri docenti, coordina le attività educative e didattiche, segue in modo particolare il percorso formativo degli alunni, cura le relazioni con le famiglie.

•  La valutazione : rimangono in vigore le attuali schede trimestrali e/o quadrimestrali. Ai fini della validità dell’anno scolastico è richiesta la frequenza di almeno ¾ dell’orario annuale. Viene introdotto per ogni alunno il Portfolio delle competenze individuali che raccogliendo prove scolastiche significative, materiali prodotti dall’allievo, osservazioni dei docenti e delle famiglie documenta via via il percorso formativo compiuto dall’alunno, i risultati raggiunti, gli interessi manifestati.

•  Il contributo delle famiglie : il ruolo dei genitori riacquista significato. Con la riforma essi sono chiamati ad esercitare una libertà di scelta educativa (scelgono l’orario, l’eventualità dell’iscrizione in anticipo), ma soprattutto mantengono rapporti con i docenti e con il tutor e partecipano direttamente al percorso formativo del figlio collaborando alla compilazione del Portfolio. E’ questo a mio parere il secondo aspetto importante della riforma: la riaffermazione del ruolo e della responsabilità dei genitori. Sento già serpeggiare l’obiezione: ma oggi ci sono famiglie che non vivono una responsabilità educativa nei confronti dei figli. E’ vero, purtroppo, ma non può essere questo il motivo per mettere ai margini la famiglia. Se si applicasse lo stesso concetto allora, vedendo il lavoro di alcuni insegnanti, si dovrebbero chiudere tutte le scuole!

Roberto Rossetti

OCCHIALI ROSA 2

Francamente, dal 10 gennaio, tre mesi fa (si scrive così, senza accento; chi scrive con l’accento sbaglia) mi sarei aspettato di essere subissato, seppellito, ricoperto di NOTIZIE BUONE, ma non è stato così. Solo una lettrice è intervenuta, promettendo racconti ottimisti. Non l’ha fatto, per ora. Parlo d’ottimismo realista, quello che non censura dolore, vecchiaia e morte, ma sa che non sono né l’unica né l’ultima parola sulla vita. Com’è scritto nel III capitolo, paragrafo 4 punto a, del testo “Perché la Chiesa” di Mons. Luigi Giussani.

Non ci sono NOTIZIE BUONE? Non ci badiamo? Mah ?

Ne ho trovate due, dalla stampa.

“ UN CUORE SANO ? BASTA AVERE DEGLI AMICI?”

CityMilano, quotidiano a diffusione gratuita, nel numero del 16 febbraio 2004, informa che un’equipe svedese, paese serio, luterano, un po’ tetro, dal clima orrido, ha studiato 700 individui (dice così; ma non è più bello dire: “persone” ?) per 15 anni. Che ha scoperto? Gli uomini che hanno amici su cui contare, che hanno una buona vita di relazione, dimezzano quasi (-45%) il rischio di problemi cardiaci. Gli uomini, poi, che possono contare sul classico amico per la pelle, quello che non ti abbandona mai, su cui puoi sempre contare nel bisogno, rischiano ancora meno (-58%). L’amicizia fa bene alla salute anche di chi fuma, mangia male, non fa attività fisica.

Come mai? L’equipe non capisce i motivi di tale legame, li sta studiando; però è così.

Non è una notizia straordinaria? Non è una precisa conferma dell’esperienza cristiana ? Il cristianesimo è così vero, corrisponde tanto ai bisogni profondi dell’uomo, che, senza studi, ha capito che l’uomo sta meglio in un popolo, in un’amicizia, in una trama di rapporti accoglienti. Il Figlio di Dio mi dice: “Sei un amico, non un servo”

Lo ha detto Giancarlo Cesana a Berlino (dicembre 2002):

” Noi facciamo molte cose nella speranza di essere amati, mentre è molto più bello fare perché si è amati. Questo toglie l’ansia.

La cosa più importante è l’amicizia: dobbiamo impegnarci a coltivare questa amicizia (se non hai il pane da mangiare, ma hai un amico, lui te lo darà).

L’amicizia é data, perché la vita é piena di problemi: la vita non è garantita; ci sono gli incidenti, la morte, i dispiaceri… L’amicizia non è data per risolverli automaticamente, ma per aiutarci a viverli, ad affrontarli”.

Cesana, senza averne l’intenzione, dà anche una spiegazione all’equipe svedese sui minori rischi cardiaci: è ridotta l’ansia, che spezza il cuore.

Allora coltiviamo l’amicizia, costruiamo l’amicizia. Usiamo l’amicizia come criterio per vivere. Scegliamo le vacanze, con chi stare, dove lavorare, dove mandare i figli a scuola, come accumulare i soldi e come spenderli per amicizia.

Non startene nel tuo buco, nella tua casina silenziosa. Solleva i tuoi glutei, vinci la sciocca pigrizia, e incontra gli amici. Allena il tuo cuore, oltre che il tuo corpo. Starai meglio.

CANTA CHE TI PASSA? NO, NON TI VIENE PROPRIO

Da un altro paese progredito, dal bel clima, la California arriva un’altra bella notizia. Cantare, la preparazione al canto, il dopo canto aumenta le difese immunitarie. A San Diego esiste lo Scripps, un centro di ricerca megagalattico con migliaia d’addetti, laboratori da fantascienza, mezzi a non finire, dove studiano americani, cinesi, indiani, egiziani e bressesi. Bene, gli studiosi dello Scripps hanno scoperto che cantare fa bene alla salute, fisica. Se cantiamo, quando cantiamo, addirittura prima di cantare, e dopo aver cantato, per molte ore, il nostro sistema immunitario funziona meglio, è più attivo.

Il proverbio “Canta che ti passa” non solo ha ragione, ma è addirittura è minimalista. Le nostre mamme che in casa cantavano, anche perchè non ascoltavano la radio, insegnavano ai noi bambini a cantare, ci hanno aiutato ad esseri più sani. Le nostre nonne che cantavano al lavatoio, mentre sbattevano i panni, o nei campi mentre falciavano, si sono aiutate ad essere robuste. Gli Alpini, che hanno fatto del canto la coscienza della vita, se la sono cavata proprio perché cantavano. Le nostre moglie che, cantando, hanno insegnato ai figli ad amare il canto e a cantare, li fanno stare meglio.

La Chiesa cattolica ha fatto del canto una colonna portante della vita liturgica e un’abitudine del popolo di Dio. Forse un giorno scopriranno che cantare male, senza gusto, senza ritmo, senza seguire nessuno, senza nessuno che guidi, fa male alla salute, perché deprime.

Come avevano ragione i nostri responsabili, quando eravamo ragazzi, ad obbligarci a cantare!

Allora canta, anche se non ne hai voglia! Canta!

 

Edoardo Marinzi

Riforma Moratti: ultimo atto?

In attesa della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del primo decreto legislativo che inizia a rendere concreto il percorso di riforma della scuola italiana, stiamo assistendo in questi giorni (e le sorprese non sono certo finite) ad uno spettacolo deprimente. Di fronte ad una riforma complessiva della scuola italiana, invece di discutere, anche animatamente sul concreto delle cose, si preferisce la polemica gratuita, la falsità, perfino l’uso (giustificato!!!) dei bambini nelle manifestazioni locali e nazionali (ma il vietare la pubblicità con protagonisti i bambini non è stata ritenuta in altra occasione un merito della sinistra? Ma è vietato solo quando fanno pubblicità dei pannolini magari nel posto sbagliato, cioè sulle televisioni di qualcuno?).
Quali sono stati gli slogan di questi giorni?

1. La perdita dei posti di lavoro degli insegnanti: un genitore di un comune vicino mi ha telefonato e mi ha chiesto: “L’insegnante di Lettere di mio figlio ha detto in classe a tutti gli alunni che il loro insegnante di Ed. Tecnica, padre di famiglia, con la riforma Moratti perderà il posto di lavoro. E’ vero?”. Io che conosco entrambi gli insegnanti in questione, ho rassicurato il genitore preoccupato; l’insegnante di Ed. Tecnica, di ruolo, nominato a tempo indeterminato, non sarà licenziato, ma potrà felicemente raggiungere (glielo auguro) la meritata pensione.
2. La fine del tempo pieno: fiumi di lacrime si sono versate su questo tragico evento nazionale paragonabile secondo alcuni ad un cataclisma epocale. Eppure basta leggere il decreto, essere capaci di fare una semplice somma, per capire che quantitativamente nulla cambia: 40 ore settimanali ieri, 40 ore settimanali oggi! Ma, secondo alcuni che vagheggiano una sorta di Eden in mezzo alle macerie del resto della scuola, il tempo pieno era un’altra cosa. Che il tempo pieno sia stato all’inizio una diversa modalità, anche innovativa, di far scuola non c’è dubbio; che oggi sia scelto perché comodo parcheggio che risolve i problemi di molti genitori entrambi lavoratori è altrettanto vero. E non è detto né scientificamente provato che a un maggior numero di ore trascorse a scuola corrisponda meccanicamente una crescita migliore degli alunni.
3. Le ore opzionali, ritorno al doposcuola: secondo i soliti arguti commentatori (!!!) la distinzione tra ore obbligatorie e ore opzionali relegherebbe queste al pomeriggio in posizione subalterna di fronte alle prime. Ma non è scritto da nessuna parte che si debba impostare la scuola in questo modo. Si possono proporre, come per certi aspetti avveniva già fino ad oggi (tempo pieno/modulo, tempo prolungato/tempo normale/orientamento musicale), moduli orari complessivi diversi tra loro su base settimanale. Si dovrebbe poi spiegare come mai le 30 ore settimanali del tempo pieno oggi siano il non plus ultra della scuola e le 27 ore + 3 con gli stessi insegnanti siano invece una schifezza!
4. Attività opzionali a pagamento: nel decreto non c’è traccia di questa ipotesi anzi è esplicitamente dichiarato il contrario.

5. Qualcuno addirittura ha sostenuto che alcune realtà sarebbero favorevoli a questa riforma perché pronte con le loro cooperative culturali ad invadere le scuole e a guadagnarci!!!

Basta, lasciamo perdere il campionario di simili idiozie e badiamo alla sostanza delle cose.
Due mi sembrano gli aspetti profondamente positivi nel testo approvato dal Parlamento e nel primo decreto attuativo che meritano attenzione.
Prima di tutto la responsabilità affidata alle scuole: basta con i vecchi programmi uguali da Bolzano all’isola di Pantelleria, basta con il centralismo democratico di stampo napoleonico che per anni ha avviluppato la scuola italiana. Oggi vengono indicati gli obiettivi che le scuole devono raggiungere; le modalità, i percorsi formativi, l’assetto organizzativo sono affidati alla responsabilità e alla creatività delle singole istituzioni scolastiche. Qualcuno ha forse paura di questo?
Il secondo aspetto: il ruolo dei genitori che viene pienamente valorizzato. Così dopo la stagione della partecipazione dei genitori alla vita della scuola iniziata con i decreti delegati, una stagione contrassegnata da profonde aspirazioni più che da risultati concreti, dopo la concezione, sotto la spinta dei vari progetti “Qualità”, dei genitori come “clienti” di un servizio, le famiglie tornano ad essere al centro del lavoro scolastico. Sono loro che scelgono il tempo scuola più adatto ai propri figli, loro che partecipano attivamente insieme agli insegnanti alla costruzione del portfolio di valutazione, quel documento cioè che racconta e descrive il percorso formativo di ogni alunno,
Che sia questa la vera paura? In una lettera aperta dei Coordinatori nazionali CGIL – CISL – UIL indirizzata ai dirigenti scolastici si legge (le sottolineature sono mie):
“La stessa offerta formativa, al di là del curriculum obbligatorio ridotto a 27 ore e la cui ridefinizione è ancora tutta da conoscere nelle sue conseguenze anche sulla dotazione professionale, è declassata nella quota facoltativa ad una scelta a domanda individuale da parte delle famiglie: l’attività propria dei Collegi e dei professionisti dell’insegnamento, che consiste nella capacità di lettura dei bisogni di formazione e nella loro traduzione in offerta formativa è di fatto annullata”.
E’ questo il punto: le famiglie, per definizione, non sono all’altezza del compito, i “professionisti dell’insegnamento” sono infallibili. Nonostante l’evidenza della storia siamo tornati all’intellettuale organico, di nefasta memoria, unico in grado di guidare le masse, per definizione, ignoranti. Amen.
Roberto Rossetti