Società Multiculturale

Numerosa parte dell’opinione pubblica italiana è a favore di una società multiculturale poggiando le sue argomentazioni sugli ideali di democrazia e libertà.

Recentemente, basandosi anche su queste stesse argomentazioni, il Governo francese ha deciso di vietare all’interno di tutte le istituzioni scolastiche l’ostentazione del chador islamico o della kippah ebraica o delle croci cristiane di grandi dimensioni (chissà se la burocrazia d’oltralpe è arrivata ad indicarne anche le dimensioni massime consentite?); precedentemente il Parlamento della civilissima Svezia aveva deciso, sostanzialmente, di vietare il rito della circoncisione nei neonati equiparandola ad un vero e proprio intervento chirurgico con relativa anestesia totale.
Il Parlamento ha preso tale decisione nella logica della difesa dei diritti del bambino, ma il Congresso ebraico Mondiale, nonostante ciò, l’ha etichettata come “la prima restrizione legale introdotta in Europa contraria al rituale ebraico dopo la caduta di Hitler”.

Non commentiamo il pesante giudizio del Congresso ebraico ma sottolineiamo che la civilissima Svezia non è nuova a scelte politiche “particolari” forse la vicenda non è molto conosciuta ma dal 1935 al 1975 in Svezia, nella illuminata,civile e socialdemocratica Svezia, oltre 60 mila persone individuate ed etichettate come malati di mente o più semplicemente come emarginati sociali sono state sterilizzate (non ci credete? Eppure anche in Italia è stato pubblicato un saggio che riprende le ricerche effettuate in Svezia – “per la Nazione e per la Razza. Cittadini ed esclusi nel modello svedese” autore Piero Colla).

E questo che i cosiddetti progressisti intendono per “Società multiculturale”? La messa al bando della sfera religiosa, della presenza di Dio (di qualunque Dio in cui si creda e a cui si rivolgano preghiere) nel mondo? Può una “Società multiculturale” soggiacere ad una invadenza, che rasenta l’eliminazione, nella sfera religiosa solo nel nome di una presunta laicità dello Stato

Ernesto Galli Della Loggia sottolinea che due sono le “dimensioni” proprie di ogni cultura: la dimensione collettiva e quella del passato, la memoria storica. Esiste ancora una dimensione collettiva in Europa e in Italia in particolare? Esiste ancora un popolo con una coscienza di se dei suoi valori e della sua cultura?

Ancora interroga le nostre coscienze l’affermazione “Se ci fosse una educazione del popolo, tutti starebbero meglio” fatta da Don Giussani al TG2 del 18 novembre giorno dei funerali delle vittime dell’attentato di Nassiriya.

Il relativismo culturale unito alla perdita delle memoria storica consente il proliferare di nuove letture ed interpretazioni della storia del mondo occidentale, del suo sviluppo economico, politico e sociale; interpretazioni che attribuiscono il nostro sviluppo e benessere al solo sfruttamento degli altri paesi e non ad un processo di evoluzione millenaria. La povertà anche di molti paesi islamici potenzialmente ricchi di risorse, non è dovuta così a clamorosi errori economici e politici al fallimento, per incapacità o corruzione, delle classi dirigenti ma, secondo questa lettura distorta, allo sfruttamento selvaggio da parte delle civiltà occidentali.
L’esito di tutto ciò è l’incapacità di dialogare con le altre culture, la mancanza di valide ragioni per difendere la propria,

Il relativismo culturale e la mancanza di memoria storica ha irrimediabilmente compromesso la cultura e la coscienza del popolo o è ancora possibile battere neutralizzare con il dibattito ed il confronto culturale,questa degenerazione, quest’errore logico che per altro rappresenta per gli integralisti e gli estremisti islamici la prova inconfutabile della decadenza della cultura e civiltà occidentale?

Marco Pace