Posts tagged: Marco Pace

Que viva Cuba Libre?

Avendo recentemente festeggiato il 45° anniversario della Rivoluzione Fidel Castro è quasi sicuramente tra i più longevi Capi di Stato del nostro periodo storico.
Pur essendo ormai una “reliquia” fuori dal tempo di una antica e – dopo la scelta cinese di una economia “libera e selvaggia”- ormai surreale contrapposizione tra modello socialista ed economia di mercato, Fidel può vantare ancora e nonostante tutto su un certo numero di “aficionados” italiani.

Sia chiaro che non mi riferisco ai soli militanti “duri e puri” di Rifondazione Comunista o ai nostalgici del correntone DS, ma anche a vasti settori dell’informazione e dell’opinione pubblica compreso tanti cattolici.

Cuba nell’immaginario di molti è ancora un paradiso caraibico con un mare stupendo, spiagge incantevoli, belle ragazze e dove la rivoluzione socialista ha azzerato la povertà, l’ignoranza e le malattie.

Qual è invece la realtà? Un economia ormai allo stremo a cui neanche il turismo, sessuale e non, riesce a dare una boccata d’ossigeno, 350 mila disoccupati, 120 mila carcerati (80% neri) condannati nella maggior parte dei casi per reati che ormai esistono solo a Cuba ed in Corea del Nord (proprietà privata e libero commercio).
Libertà politica e d’opinione? Completamente negata.

Lucidamente il dittatore Castro utilizza la guerra in Iraq per assestare pesanti colpi all’opposizione che giorno per giorno aumenta e si organizza.
Poco dopo lo scoppio della guerra, infatti, il regime arresta 75 “dissidenti antirivoluzionari” e li condanna complessivamente a 1450 anni di prigione; sempre utilizzando la copertura che la guerra gli fornisce condanna, poi, a morte 3 giovani che avevano tentato di sequestrare un traghetto per fuggire negli Stati Uniti.

L’inserimento di Cuba nella lista nera statunitense dei possibili produttori di armi biologiche di massa consentiva prima a Castro di sventolare questo come prova di una volontà americana di attaccare militarmente Cuba entro breve tempo; e poi di sostenere che ogni articolo di dissenso o di critica al regime o richiesta di maggiore democrazia potessero essere considerati come “crimini contro la sicurezza nazionale”. D’altra parte una modifica del giugno 2002 alla Costituzione stabilisce che il regime sociali è irreversibile…

Eppure notizie come queste raramente arrivano all’onore della prima pagina.
Ci avete mai pensato? Non credete che tutto ciò sia un chiaro esempio di “egemonia e disinformazione politico – culturale”?

Marco Pace

Italiani Invisibili

Il prossimo 29 novembre si terrà l’ormai tradizionale Colletta Nazionale organizzata dal Banco Alimentare. Un’occasione per un gesto di reale e concreta solidarietà, un momento di condivisione dei bisogni che riguardano, purtroppo, ancora tante persone, per condividere così il senso della vita.
Per approfondire e capire meglio le dimensioni del fenomeno povertà in Italia vi proponiamo questa nota.

Strano paese l’Italia: un paese ricco con 7.140.000 poveri. I poveri sono un “problema” silenzioso di povertà non si parla, la povertà è negata, dimenticata; i poveri sono “cittadini invisibili”. 

Il 17 ottobre è stata la “Giornata Mondiale” dedicata alla povertà. Non sono, solitamente, a favore delle “Giornata Mondiali” sorta di celebrazioni una tantum che non hanno poi ricadute reali nella risoluzione del problema, ma sulla giornata del 17 ottobre il giudizio è meno netto proprio perché è necessario riuscire ad arrivare sulle pagine dei giornali per ricordare a tutti l’esistenza di questa umanità dimenticata, negata.

Un esempio di quanto affermato è lo spazio dato alla pubblicazione del Rapporto 2002 dell’ISTAT.
Quando, infatti, l’ISTAT, il 22 luglio 2003, ha reso noti i risultati del “Rapporto sulla povertà in Italia 2002” questi sono stati generalmente ignorati non solo dai mass media, ma anche e soprattutto dalla classe politica italiana. Il silenzio coinvolge sostanzialmente sia la destra sia la sinistra, ma quello che sicuramente appare assordante è il silenzio che regna nello schieramento di sinistra; forse anche perché con il Governo Berlusconi, nonostante le note difficoltà economiche mondiali, il numero dei poveri è diminuito passando da 7.828.000 a 7.140.000.

La sinistra sin dalla sua nascita ha, infatti, rivolto la sua attenzione e le sue rivendicazioni per il miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici, particolarmente verso quelle fasce più a rischio di povertà ed emarginazione, fenomeni che lo sviluppo industriale sembrava richiedere come una crudele ed inevitabile necessità.

Ora, invece, la nostra moderna sinistra accoglie questi dati con un disinteresse glaciale. Tutto ciò conferma ancora una volta la scelta fatta dalla sinistra, e dal sindacato che più le è vicino, di rappresentare gli “inclusi”, i “garantiti”, interi settori della società che posso già vantare un discreto livello di vita e di benessere.

Sono questi settori i veri “piccoli borghesi” che vedono nei cambiamenti, in tutti i cambiamenti, una minaccia per il proprio livello di vita, per il proprio peso sociale e la propria egemonia culturale e politica. Fino a un decennio fa la sinistra poteva ancora vantarsi di rappresentare, a torto o a ragione, i ceti sociali più disagiati, i diseredati della terra, gli emarginati e da ciò derivava una sorta di superiorità morale nei confronti degli altri schieramenti culturali e politici, liberali e cattolici in testa. Ora chi “non ha altro da perdere che le proprie catene” gli è diventato invisibile.

Per rendersi conto della drammaticità del fenomeno povertà è sufficiente ricordare un solo semplice aspetto dietro ad ognuno di questi numeri esiste una persona, una persona con la sua vita ed il suo dramma personale.
Come dire dietro il fenomeno statistico, dietro i numeri, dietro la povertà ci sono i poveri.

Per avere un quadro della situazione scorriamo il rapporto dell’ISTAT contenente le definizioni e le cifre ufficiali relative al 2002.

Secondo l’ISTAT una famiglia di due persone vive in condizione di “povertà relativa” quando spende mensilmente in consumi 823,45 euro, importo pari alla spesa media delle famiglie italiane.
In Italia vivono in una condizione di povertà relativa 2 milioni 456 mila famiglie (erano 2 milioni 663) pari al 11% del totale delle famiglie (22 milioni 270 mila) per un totale, ricordiamolo nuovamente, di 7.140.000 persone.

Linea di povertà relativa ed assoluta – 2001-2002
Componenti il nucleo familiare Linea di povertà relativa in euro/mese Linea di povertà assoluta in euro/mese

L’ISTAT definisce condizione di “povertà assoluta” come l’incapacità di acquistare un determinato paniere di beni e servizi ritenuti indispensabili per una famiglia italiana.
La linea di “povertà assoluta” per una famiglia di due persone è stabilita a 573,63 euro al mese. In Italia vivono in queste condizioni 926 mila famiglie (pari al 4% del totale, erano 940 all’anno precedente) per un totale di 2 milioni e 916 mila persone (pari al 5,1% della popolazione totale).

Chi sono, però, le persone che rischiano maggiormente di trovarsi in una situazione di povertà?
Il rapporto annuale dell’ISTAT fornisce anche questa risposta, la condizione di povertà, sia relativa sia assoluta, si concentra soprattutto nelle famiglie numerose (con minimo tre figli), in quelle con anziani a carico, tra gli anziani che vivono soli e nei nuclei famigliari dove uno dei componenti è in cerca di occupazione.

Dai dati dell’ISTAT emerge, poi, chiaramente il forte legame che unisce la condizione di povertà con quella di disoccupazione.
L’incidenza della povertà tocca, infatti, il 20% se uno dei componenti il nucleo famigliare è senza lavoro e raggiunge il 37,3% se sono almeno 2 le persone in cerca di occupazione.

Marco Pace

La Cina stupisce il mondo.

La Cina stupisce il mondo.
Ovvero: esecuzioni legali di massa

Fenomeno Cina. Un paese fenomeno che turba il sonno di economisti, imprenditori e politici.
Un paese che stupisce non solo per i successi industriali, di crescita economica e del PIL, ma anche perché detiene il ben più triste, macabro e quasi sconosciuto, primato delle esecuzioni capitali.
Nel corso del 2003 sono state eseguite, legalmente, in tutto il mondo 1146 condanne a morte di queste ben 726 sono state eseguite in Cina.

L’orrore non finisce però qui: La stima di un giurista cinese parla di almeno 10.000 condanne a morte eseguite. Pensate che con questo si sia toccato il fondo del sopruso, della violenza, dell’orrore? No, gli imputati possono essere processati senza conoscere l’accusa o vedere un avvocato fino al momento in cui entrano in tribunale e molto spesso le confessioni vengono estorte con la tortura.
Le stesse esecuzioni diventano più numerose nel corso delle festività nazionali e sono utilizzate per annunciare l’apertura di nuove campagne contro la criminalità; in questi casi diventano pubbliche ed acquistano particolare valenza nel tentativo di utilizzare l’arma della paura per fermare i reati. L’esecuzione diventa uno “spettacolo” a cui assistono, obbligatoriamente, migliaia di persone tra cui intere scolaresche.

I reati punibili con la pena di morte sono una lista lunga, varia e che tiene conto anche dei “moderni” dettami sanitari e ambientalisti si va, infatti, dall’omicidio, alla rapina, al furto, allo sfruttamento della prostituzione, alla pubblicazione di materiale pornografico, al teppismo, al disturbo dell’ordine pubblico, al sabotaggio controrivoluzionario, al traffico di droga, alla corruzione, alla concussione, all’usura, all’evasione fiscale fino ad arrivare alle nuove aggiunte del contrabbando, della falsificazione di banconote, della diffusione deliberata della SARS e della produzione di materie prime tossiche.

La discesa nell’orrore non ha fine, secondo Amnesty International vi è anche il forte sospetto di un legame fra esecuzioni capitali e trapianto degli organi. Nonostante quando dichiarato dal capo delegazione cinese alle Nazioni Unite: “Il prelievo di organi dai condannati a morte necessita del consenso e della firma del criminale o del consenso dei suoi parenti, oltre all’approvazione del tribunale” la realtà prospettata da Amnesty International è ben diversa: “le strette relazioni tra tribunali ed ospedali, oltre alla segretezza che circonda il processo e all’aumentato introito generato dai trapianti per gli ospedali, fanno sorgere il fondato sospetto che in alcuni casi la tempestività delle esecuzioni possa essere collegata al bisogno di organi per i trapianti”.
Insomma si eseguono le esecuzioni capitali anche a fronte di una richiesta di organi.

Tutto questo è la logica conseguenza del crollo di un regime comunista che ha effettuato per perpetuarsi la scelta di abbracciare una economia di mercato estremamente liberista, senza logiche, senza né regole né controlli. Una libertà di mercato selvaggia e senza regole resa ancora più ingiusta dall’assoluta mancanza di democrazia e libertà politica, culturale e religiosa. Un’assoluta mancanza di diritti della persona che viene vista esclusivamente come un fattore di produzione economica e non come un uomo.
Il commento migliore e che coglie la ragione più profonda di una simile situazione è ilseguente:
“Essere in possesso di un potere, se non è definito da una responsabilità morale e non è controllato da un profondo rispetto della persona, significa distruzione dell’uomo”.

 

Marco Pace

Sto con L’Avana, quelle accuse sono ingiuste

Volete sapere cosa ne pensa Oliviero Diliberto, esponente di spicco dei Comunisti Italiani ed ex Ministro della Giustizia nel Governo D’Alema, in merito all’esistenza di un problema di garanzia dei diritti umani a Cuba? Vi segnalo alcune sue risposte ad una intervista pubblicata su Repubblica e rintracciabile, nella forma completa, anche nel sito ufficiale del Partito dei Comunisti Italiani www.comunisti-italiani.it.

“Sto con L’Avana, quelle accuse sono ingiuste”
La Repubblica intervista Oliviero Diliberto

“C’è di mezzo anche un “protocollo” dunque per sostenere Fidel contro la Ue.
“Daremo battaglia. Per far capire all’Unione europea qual è la vera realtà di Cuba. Gli attacchi sono ipocriti e strumentali. Utilizzando lo stesso metro di giudizio, la Ue dovrebbe far scattare sanzioni contro tre quarti dei paesi del mondo. Negli Stati Uniti c’è la pena di morte. In Cina c’è la pena di morte. Ci sono despoti sanguinari, da Musharraf a Saddam, che da un giorno all’altro possono diventare amici o nemici, secondo le convenienze del momento dell’Occidente”.

A cuba la pena di morte è applicata al dissenso politico.
“Sono stati fucilati dei dirottatori di una nave civile. Fosse avvenuto in Israele, non sarebbero arrivati neanche al processo. Un bel blitz e via, giustiziati sul posto”.

Non esiste un problema di diritti umani e politici a Cuba?
“C’è una democrazia applicata in forme diverse rispetto a quella occidentale. Anche, che so, l’Arabia Saudita non è una democrazia di tipo occidentale. Ma nessuno si azzarda a dire nulla. Cuba invece è sempre sotto tiro: perché è comunista, è un simbolo. Pericoloso”.

Favorevole alla pena di morte?
“No. Nel ’93 lo andai a dire in un convegno proprio all’Avana. Ma da amico di Cuba. La ripresa delle condanne a morte, tra l’altro, nasce dalla preoccupazione reale di un’aggressione militare, con complicità interne”.

L’Unione europea, pur deplorando l’attacco di Castro, intende continuare a fornire aiuti, ma direttamente al popolo cubano.
“Come a dire: isoliamo politicamente Castro, il leader del paese, mettiamogli contro la popolazione. Inammissibile. Illusorio, anche. Perché il consenso della popolazione a Fidel è altissimo”.

 

Sto con L’Avana, quelle accuse sono ingiuste

Volete sapere cosa ne pensa Oliviero Diliberto, esponente di spicco dei Comunisti Italiani ed ex Ministro della Giustizia nel Governo D’Alema, in merito all’esistenza di un problema di garanzia dei diritti umani a Cuba? Vi segnalo alcune sue risposte ad una intervista pubblicata su Repubblica e rintracciabile, nella forma completa, anche nel sito ufficiale del Partito dei Comunisti Italiani www.comunisti-italiani.it.

“Sto con L’Avana, quelle accuse sono ingiuste”
La Repubblica intervista Oliviero Diliberto

“C’è di mezzo anche un “protocollo” dunque per sostenere Fidel contro la Ue.
“Daremo battaglia. Per far capire all’Unione europea qual è la vera realtà di Cuba. Gli attacchi sono ipocriti e strumentali. Utilizzando lo stesso metro di giudizio, la Ue dovrebbe far scattare sanzioni contro tre quarti dei paesi del mondo. Negli Stati Uniti c’è la pena di morte. In Cina c’è la pena di morte. Ci sono despoti sanguinari, da Musharraf a Saddam, che da un giorno all’altro possono diventare amici o nemici, secondo le convenienze del momento dell’Occidente”.

A cuba la pena di morte è applicata al dissenso politico.
“Sono stati fucilati dei dirottatori di una nave civile. Fosse avvenuto in Israele, non sarebbero arrivati neanche al processo. Un bel blitz e via, giustiziati sul posto”.

Non esiste un problema di diritti umani e politici a Cuba?
“C’è una democrazia applicata in forme diverse rispetto a quella occidentale. Anche, che so, l’Arabia Saudita non è una democrazia di tipo occidentale. Ma nessuno si azzarda a dire nulla. Cuba invece è sempre sotto tiro: perché è comunista, è un simbolo. Pericoloso”.

Favorevole alla pena di morte?
“No. Nel ’93 lo andai a dire in un convegno proprio all’Avana. Ma da amico di Cuba. La ripresa delle condanne a morte, tra l’altro, nasce dalla preoccupazione reale di un’aggressione militare, con complicità interne”.

L’Unione europea, pur deplorando l’attacco di Castro, intende continuare a fornire aiuti, ma direttamente al popolo cubano.
“Come a dire: isoliamo politicamente Castro, il leader del paese, mettiamogli contro la popolazione. Inammissibile. Illusorio, anche. Perché il consenso della popolazione a Fidel è altissimo”.

 

Razzismo?

Razzista. Per essere considerato tale basta non solo opporsi all’immigrazione, in particolar modo a quella islamica, ma anche esprimere dubbi o sottolineare le possibili difficoltà d’inserimento e di convivenza degli immigrati islamici.

Questo è, più o meno, il tono del dibattito sugli immigrati; gridare al razzismo infiamma gli animi ma non serve a capire la realtà. Troppo spesso esasperazioni ed opposte accuse fanno velo all’obiettività ed ad una distaccata valutazione del reale.
E’, quindi, necessario partire da un dato reale ed obiettivo. Se si attribuisce, cioè, alla Repubblica Federale Russa, una dimensione europea allora si deve ammettere che l’Europa è circondata da paesi che si dichiarano o ufficialmente islamici oppure dove l’Islam rappresenta una componente rilevante nella vita sociale. Non si può prescindere da questa considerazione prima di un qualsiasi tentativo d’analisi.

Perché in Italia, però, la “questione islamica” si pone come un caso particolare, a se stante, nel panorama dell’immigrazione? Per dare una prima risposta obiettiva e basata su fatti reali è necessario valutare due punti fondamentali .

Il primo punto da considerare è che in Italia le persone di religione islamica sono circa un milione e sono in crescita costante. L’Islam è la seconda religione per numero di fedeli.

Il secondo punto è valutare le richieste formulate tempo fa dal Consiglio Islamico d’Italia e cioè:
1. L’insegnamento del Corano a scuola oppure la possibilità di creare scuole mussulmane parificate
2. Il diritto delle donne di essere fotografate a viso coperto nei documenti d’identitübr /> 3. Permessi di lavoro per consentire la partecipazione ai pellegrinaggi religiosi
4. Venerdì festivo
5. Istituzione della festività di Aid el Fitr (Festa della rottura del Digiuno) e di Aid el Adha (Festa del Sacrificio)
6. Diritto di contrarre matrimoni civili con rito islamico
7. Diritto di partecipazione alle preghiere di mezzogiorno

E’ necessario, prima di formulare facili accuse di razzismo, riflettere sulle possibili conseguenze (nel caso siano accettate) delle richieste fatte dal Consiglio Islamico. E’, tutto sommato un’operazione semplice che tutti i cittadini, ma soprattutto i politici e chi governa la cosa pubblica devono fare. Proviamoci insieme:
– Con la creazione di scuole mussulmane viene meno la possibilità di integrare (pur mantenendo la propria cultura e religione), nella nostra società, i bambini mussulmani. Questo con buona pace di chi predica l’integrazione e la società multirazziale
– Perché per i cittadini italiani deve essere vietato circolare con il volto coperto e per le donne mussulmane ciò non dovrebbe avere valore? Vogliamo dimenticare o far finta che il fenomeno terrorismo islamico (per carità si tratta di frange estreme e numericamente esigue) non esista?
– Perché dopo l’abolizione di tante Festività Nazionali, religiose e civili che dovrebbero farci ricordare importanti avvenimenti della nostra storia, cultura e religione dovremmo istituirne di nuove?
– Perché il diritto civile italiano dovrebbe “abdicare” e riconoscere importanti deroghe?
– Perché un cattolico, un protestante oppure un indù non dovrebbero avere diritto alla preghiera sul proprio luogo di lavoro?

Quali sono, allora, le possibili conseguenze di tali premesse? Credo esista il reale rischio di arrivare alla creazione di comunità più chiuse ed impermeabili che rifiutano un’integrazione nella società che li accoglie. Comunità che non accettano le leggi e normali regole di convivenza, ma che, anzi, chiedono privilegi e deroghe

Una considerazione ulteriore. Esistono altre comunità d’immigrati che, pur avendo forti identità culturali, rivendicano simili diritti e privilegi? Non mi risulta, per esempio, che le comunità cinesi o indiane chiedano simili deroghe e privilegi.

Questi sono alcuni degli aspetti che i molti (non tutti per la verità) politici ed intellettuali del centro sinistra, dovrebbero prendere attentamente in considerazione prima di accusare di razzismo chi, invece, tenta di analizzare la situazione probabilmente anche sopravalutando il fenomeno, ma certamente senza pregiudizi.

Personalmente ritengo che debba essere garantita a tutti la libertà di professare la propria religione e di praticarla, ma credo anche, che debba esistere il principio di reciprocità, la possibilità, cioè, di praticare liberamente la propria religione (cattolica, protestante, induista ecc.) in tutti i paesi islamici.

Marco Pace

Società Multiculturale

Numerosa parte dell’opinione pubblica italiana è a favore di una società multiculturale poggiando le sue argomentazioni sugli ideali di democrazia e libertà.

Recentemente, basandosi anche su queste stesse argomentazioni, il Governo francese ha deciso di vietare all’interno di tutte le istituzioni scolastiche l’ostentazione del chador islamico o della kippah ebraica o delle croci cristiane di grandi dimensioni (chissà se la burocrazia d’oltralpe è arrivata ad indicarne anche le dimensioni massime consentite?); precedentemente il Parlamento della civilissima Svezia aveva deciso, sostanzialmente, di vietare il rito della circoncisione nei neonati equiparandola ad un vero e proprio intervento chirurgico con relativa anestesia totale.
Il Parlamento ha preso tale decisione nella logica della difesa dei diritti del bambino, ma il Congresso ebraico Mondiale, nonostante ciò, l’ha etichettata come “la prima restrizione legale introdotta in Europa contraria al rituale ebraico dopo la caduta di Hitler”.

Non commentiamo il pesante giudizio del Congresso ebraico ma sottolineiamo che la civilissima Svezia non è nuova a scelte politiche “particolari” forse la vicenda non è molto conosciuta ma dal 1935 al 1975 in Svezia, nella illuminata,civile e socialdemocratica Svezia, oltre 60 mila persone individuate ed etichettate come malati di mente o più semplicemente come emarginati sociali sono state sterilizzate (non ci credete? Eppure anche in Italia è stato pubblicato un saggio che riprende le ricerche effettuate in Svezia – “per la Nazione e per la Razza. Cittadini ed esclusi nel modello svedese” autore Piero Colla).

E questo che i cosiddetti progressisti intendono per “Società multiculturale”? La messa al bando della sfera religiosa, della presenza di Dio (di qualunque Dio in cui si creda e a cui si rivolgano preghiere) nel mondo? Può una “Società multiculturale” soggiacere ad una invadenza, che rasenta l’eliminazione, nella sfera religiosa solo nel nome di una presunta laicità dello Stato

Ernesto Galli Della Loggia sottolinea che due sono le “dimensioni” proprie di ogni cultura: la dimensione collettiva e quella del passato, la memoria storica. Esiste ancora una dimensione collettiva in Europa e in Italia in particolare? Esiste ancora un popolo con una coscienza di se dei suoi valori e della sua cultura?

Ancora interroga le nostre coscienze l’affermazione “Se ci fosse una educazione del popolo, tutti starebbero meglio” fatta da Don Giussani al TG2 del 18 novembre giorno dei funerali delle vittime dell’attentato di Nassiriya.

Il relativismo culturale unito alla perdita delle memoria storica consente il proliferare di nuove letture ed interpretazioni della storia del mondo occidentale, del suo sviluppo economico, politico e sociale; interpretazioni che attribuiscono il nostro sviluppo e benessere al solo sfruttamento degli altri paesi e non ad un processo di evoluzione millenaria. La povertà anche di molti paesi islamici potenzialmente ricchi di risorse, non è dovuta così a clamorosi errori economici e politici al fallimento, per incapacità o corruzione, delle classi dirigenti ma, secondo questa lettura distorta, allo sfruttamento selvaggio da parte delle civiltà occidentali.
L’esito di tutto ciò è l’incapacità di dialogare con le altre culture, la mancanza di valide ragioni per difendere la propria,

Il relativismo culturale e la mancanza di memoria storica ha irrimediabilmente compromesso la cultura e la coscienza del popolo o è ancora possibile battere neutralizzare con il dibattito ed il confronto culturale,questa degenerazione, quest’errore logico che per altro rappresenta per gli integralisti e gli estremisti islamici la prova inconfutabile della decadenza della cultura e civiltà occidentale?

Marco Pace