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PISA 2003: STUDENTI ITALIANI IN DIFFICOLTA’

E’ stato reso noto ai primi di dicembre 2004 un sintetico rapporto sui risultati di PISA 2003, la più completa ed accreditata indagine internazionale sulle conoscenze degli studenti al termine degli studi obbligatori.
PISA è l’acronimo di Programme for International Students Assessment, cioè Programma per una valutazione internazionale degli studenti, un progetto avviato nel 1997 dalla Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo in Europa. Il programma prevede una rilevazione ogni tre anni, attraverso la somministrazione di una serie strutturata di quesiti, su tre aree di competenza: quella della lettura, quella matematica e quella scientifica.
All’indagine hanno partecipato 29 paesi OCSE più 12 esterni; i risultati degli studenti italiani sono stati piuttosto deludenti:

Materia

Class. OCSE (su 29 stati)

Class. Generale (su 41 stati)

Lettura

pos. 26

pos. 30

Matematica

pos. 25

pos. 29

Scienze

pos. 21

pos. 26

Problem solving

pos. 26

pos. 31

In particolare, PISA 2003 era centrata sulla competenza di matematica, articolata in varie aree per un totale di 85 quesiti. Il campione italiano era costituito da circa 11.000 studenti, appartenenti a 407 scuole.
Al di là del risultato medio complessivo nazionale (466 punti, significativamente inferiore alla media generale di 500). è rilevante che solo l’1,5% degli studenti italiani si sia classificato al livello 6 (il più alto) contro il 4% della media OCSE e il 6,5% dei paesi meglio posizionati. All’estremo opposto il 18,7% dei nostri giovani si è collocato al livello 1 ed un ulteriore 13,2% al di sotto di tale livello, contro il 13,2% e 8,2% della media OCSE e rispettivamente il 5,3% e l’1,5% dei paesi meglio collocati.
Non diversi nel complesso sono stati i risultati nelle altre aree di competenza. In lettura il punteggio medio è stato di 476, a fronte di 487 nel 2000. In scienze il dato meno deludente: 486. Per quanto riguarda il problem solving il punteggio medio è stato di 469.
Il dato nazionale subisce profonde modifiche se si suddivide per aree regionali: da tale analisi emerge che il Nord-Ovest e il Nord-Est si collocano sistematicamente sopra la media OCSE (intorno a 510 punti), il centro oscilla intorno alla media nazionale, il Sud e le Isole sono paurosamente al di sotto. Più in particolare, gli studenti trentini si collocano in cima alla classifica internazionale e quelli di Bolzano al terzo posto.
Cose risapute queste certo, ma che evidenziano che le differenze regionali in campo scolastico sono nel nostro paese più vistose che nella maggior parte degli altri paesi presi in considerazione.
L’aspetto però più interessante è capire se esiste una relazione tra la modalità di organizzazione di un sistema scolastico e il successo formativo degli studenti.
Secondo il prof. Petrolino, esponente di rilievo della Associazione Nazionale Presidi, sembrerebbe di sì, pur nella difficoltà di operare un confronto tra situazioni diverse. E le sue osservazioni meritano attenzione:
§ I paesi meglio collocati sono quelli in cui i sistemi di istruzione risultano fortemente decentrati (Finlandia, Olanda; fuori dall’Europa: Giappone, Canada);
§ Si classificano generalmente meglio i paesi in cui le scuole hanno un buon livello di autonomia organizzativa. In Finlandia, ad esempio, gli studenti non sono organizzati in classi, ma seguono corsi di diverso livello. Ognuno di loro compie il suo percorso e può trovarsi a frequentare corsi di livello diverso nelle varie discipline;
§ Danno migliori risultati le scuole dei paesi in cui la gestione del personale docente è decentrata. In Olanda, ma anche in Finlandia ed in Canada, gli insegnanti sono scelti, assunti e gestiti dalle scuole;
§ C’è una buona corrispondenza fra il livello di flessibilità curricolare concretamente praticato dalle scuole e la qualità degli esiti. Non solo: le differenze di rendimento fra le scuole sono meno rilevanti in alcuni di questi paesi rispetto all’Italia con buona pace di quanti sbandierano la preoccupazione che l’opzionalità e la differenziazione curricolare portino inevitabilmente ad allargare le disuguaglianze e a creare scuole di serie A e di serie B.
Come si può vedere le osservazioni del prof. Petrolino sono interessanti: vien subito da pensare che certe sottolineature della riforma in atto nella scuola italiana (personalizzazione dei percorsi, superamento del gruppo classe…) non sono poi così peregrine come qualche solone di casa nostra vorrebbe farci credere.
E anche l’idea di favorire l’autonomia delle scuole anche fino al punto di lasciar loro un po’ di spazio nell’assunzione dei docenti incuriosisce. Sindacati permettendo…

Roberto Rossetti