Padre Massimo Cenci

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Incontro testimonianza con padre Massimo Cenci

Dice don Giussani “Il compimento del destino è la misericordia”.
E’ un tema che torna a galla spesso in questi giorni, dopo il maremoto nel sud-est asiatico, perché è come se quello che è accaduto fosse contro ogni logica di misericordia.
Invece non è così, se la vita è, e la si vive, come la chiamata ad una risposta grande quanto il cuore chiede.
Se non è così, ciò che è successo è veramente inspiegabile.
Invece così, tutto il limite umano e il limite che la creazione porta addosso per il peccato originale che liberamente ci siamo scelti noi, ha anche un senso, perché la morte non è contro la vita. Non è possibile quotidianamente fare esperienza di una pienezza più grande, se non passando attraverso la morte di qualcosa di più piccolo. Questo è nella natura delle cose, nella nostra stessa natura.
La missione non è altro che la rivelazione di questo grande mistero, non è altro che offrire al mondo la certezza che la misericordia è più grande di tutto e che compie veramente il cammino dell’uomo.
Se non fosse per questo, io sarei già scappato da Roma, perché lavoro drammaticamente dentro l’istituzione, forse in una delle più pesanti istituzioni, che è la Curia romana, che è stata concepita come strumento di servizio alla Chiesa universale, in tutti i suoi aspetti. L’aspetto che mi compete personalmente è proprio la cura di tutte le missioni della Chiesa, cioè un 40% della Chiesa. Se non fosse per la certezza che ciò di cui ho bisogno, guardando profondamente la mia umanità e il mio io così com’è, è di Qualcuno che mi salvi, non solo non sarei partito in missione in Brasile, ma non starei neppure lì.
Questo è veramente il bisogno del mondo, il bisogno mio e tuo, di fronte a tutte le eventualità possibili della vita, più forte di tutte queste eventualità, anche quelle più positive: il bisogno che qualcuno mi salvi.
Anche di fronte alla moglie e ai figli, di fronte a quelli che più ami, a ciò che più ami, il bisogno è solo questo.
Allora io sto dove sono adesso, facendo un lavoro pesantissimo perché si tratta di affrontare tutti i problemi che sono nelle missioni, dai vescovi ai preti, ai laici, ai seminari, alle scuole, agli ospedali ecc., affrontare tutto, anche queste disgrazie, sono infatti avvenute in nostri territori di competenza… Affrontare nella vita quotidiana e seguire tutti i problemi che sorgono, nei posti più diversi, pensate alla Cina, al Vietnam, situazioni difficilissime per la vita della Chiesa…
Ecco, mi tocca seguire tutte queste cose… O uno le segue tecnicamente come un qualsiasi lavoro d’ufficio, e può fare moltissimo e teoricamente non gli è chiesto di più, oppure uno le segue con passione.
Attenti, la passione non è l’entusiasmo di un lavoro che può essere interessante, l’entusiasmo nasce proprio dal comunicare, anche nelle cose più minute, più materiali, più concrete della vita quotidiana, anche nei problemi che sorgono, la certezza che la salvezza c’è per me e per te.
La cosa più difficile da far passare, anche in ciò che di tragico è successo in questi giorni, mentre io opero, parlo con un nunzio, con un vescovo, con una conferenza episcopale, mentre mi preoccupo del problema di un sacerdote o della nomina di un vescovo o di problemi di laici, è proprio questa: che ciascuno è dove è ed è chiamato ad affrontare un problema che capita addosso, solo per comunicare che la vita sua e di chiunque altro è il bisogno che Qualcuno la salvi.
Ripeto, e lo dico anche a noi perché anche per noi è la cosa più difficile, noi infatti preghiamo, andiamo a messa, facciamo tutto dimenticando sempre e comunque la cosa più importante, che se il Signore ci ha fatto fare un incontro e ci ha dato il dono della fede, soprattutto con un particolare accento che è l’esperienza del Movimento,è perché ha voluto comunicarci la certezza che noi siamo chiamati a Lui, ad essere salvati da Lui, ad essere totalmente abbracciati da Lui.
Come si fa a desiderare questo, qui e in missione, se non si ha presente il bisogno del mio io, il bisogno vero di me?
Di cosa hai bisogno tu? Di cosa ho bisogno io?
E poi, tu chi sei? Se ti guardi dentro, chi sei?
Oggi è proibito questo, perché oggi il problema non è eliminare Dio, anzi un Dio tra i piedi va anche bene, per lo meno giustifica certi richiami a certi valori, o fa da supporto…
Il problema oggi è un altro , è che comunque tu perda coscienza di ciò che hai bisogno davvero. I tuoi piccoli bisogni ci sono e anzi sono messi bene in rilievo.
Ciò che è censurato totalmente è il bisogno radicale della mia salvezza.
Io da solo non mi salvo; io, da solo, non riesco a rendere soddisfacente a me la mia vita, anche se accumulassi tutto ciò che nel mondo c’è.
Ne ho fatto l’esperienza due settimane fa alla trasmissione “Uno Mattina” sul maremoto.
La domanda posta era “Perché Dio fa succedere queste cose?Dio è cattivo?”
Enza Sampò e l’altro aggiungevano “perché sa, padre, di fronte a cose così, uno si sente impotente, sente tutta la sua impotenza”…
“Ma scusate, uno ha bisogno che succeda un cataclisma, per rendersi conto che siamo impotenti?- ho detto!
Ebbene, quando hanno visto che io mettevo a soggetto l’io, la persona, e perciò la responsabilità della persona di fronte alla propria vita e all’ inevitabile richiamo al peccato originale, mi hanno detto, come a San Paolo all’Areopago di Atene: “Padre, bellissimo, interessantissimo! Ma ci sentiremo un’altra volta” e mi hanno tagliato sei minuti di trasmissione, avevo diritto a dodici, me ne hanno tagliati sei!!!
Quando tu adesso fai la tua elemosina o dai il tuo giusto contributo perché sei bombardato da tutti i programmi, ecc. e i sentimenti ti riaffiorano a galla con più veemenza e più nettezza, tu cosa dai? Dai un pezzo di mendicanza di te o il gesto che compi è ciò che ti permette di recuperare ciò di cui tu hai veramente bisogno, perciò il gesto dell’elemosina è la partecipazione ad un dolore che non elimina il soggetto a cui tu dai, ma anzi ne prende piena visione?
E’ la cosa più difficile anche nella Chiesa, nessuno ti ascolta quando dici che il bisogno dell’uomo è la Salvezza, nessuno ti ascolta. Se dici che deve essere recuperato e ricomposto l’io della persona, e perciò la coscienza del bisogno che uno ha dentro, nessuno ti ascolta. “Ci sentiremo un’altra volta -dicono tutti.
Io nella struttura della Chiesa lavoro così…
La cosa interessante è che i rapporti che stanno nascendo in tutto il mondo, sono veramente eccezionali, perché una posizione corretta di fronte alla vita, soprattutto di fronte al bisogno che tu hai, qualunque esso sia, e che non è dato per sbrodolarsi addosso….apre all’accadimento di rapporti eccezionali.
Giussani dice addirittura che il limite umano diventa estremamente negativo solo quando è disordine. Ma il limite è disordine quando non è ordine, cioè ordinato a qualcosa di più grande. O il limite che mi porto addosso, il bisogno che mi porto addosso mi ordina, mi mette in rapporto a qualcosa di più grande, mi fa tendere a qualcosa di più grande, o resta disordine, cioè resta un limite che distrugge me, è prigione a me, imprigiona i rapporti che vivo e li rende pesanti e impossibili.
Il limite è proprio lo strumento di un grido, di un bisogno, di una domanda.
Giussani dice che il compimento della domanda è l’offerta, di fronte a Lui che viene a salvarti, tu chiedi e offri te stesso, così come sei, perché Lui ti abbracci.
Come fa un bambino con il papà e la mamma. Un bambino non mette mai a tema la sua debolezza, perché la sua debolezza parla da sé, non la nasconde, gli è sempre presente. Un bambino domanda e cerca l’abbraccio.
Io lavoro così. Non so cosa dirvi di più.
Negli esercizi della fraternità, Carron dice: ” Anni fa don Giussani diceva che << la norma è che il Signore ci attiri attraverso una trama piena di suggestività, un incontro affascinante, un rapporto bello, pieno di promessa. Ma come per gli apostoli fu distrutta la soggettività del rapporto con Cristo dalla sua Passione e morte, ( Cristo distrugge la soggettività del rapporto con i suoi discepoli, distrugge!!! Se ne frega della nostra spiritualità, distrugge,) deve essere distrutta questa suggestività, perché fino a quando rimanesse secondo la logica degli inizi ( Mio buon Gesù, mio caro Gesù ecc.) non sarebbe Dio, non sarebbe l’avvenimento di Cristo che ci cambia, rimarrebbe ancora una logica mondana. Ma se noi non ci spaventiamo di questo, allora accade, come vediamo negli apostoli. Anche loro sono rimasti sconcertati davanti al dolore di Gesù, a questa modalità con cui il Mistero aveva deciso di salvare l’uomo, anche loro erano confusi, anche in loro c’era la tentazione del nichilismo, del dubbio sul destino: Gesù, il bene più prezioso che avevano incontrato, era finito così. E a questo dolore ancora occorreva aggiungere il dolore del peccato, della negazione di Pietro, della fuga degli altri. Sembrava che il male avesse l’ultima parola: crocifisso come un maledetto.”( lezione del sabato pomeriggio,pagina 24)
Distrutto. Perché, secondo la logica della sua incarnazione, uno è chiamato a riconoscere Cristo non per le apparenze fisionomiche ma per il bisogno che ha dentro, e per il segno della Sua presenza che ha lasciato in uomini che, come noi, portano con sè lo stesso bisogno e accettano che per loro Lui sia tutto.
Questa è la missione, questa è la gloria, la bellezza : accettare che per noi Lui sia tutto.
Per noi, Lui è tutto nella misura in cui è più evidente, più chiara per noi la miseria che ci portiamo addosso, il nostro vero problema, e lasciamo che Lui lo abbracci e lo investa della sua presenza. Che Lui sia me, così come sono, questa è la bellezza.
C’è una cosa più bella di un bambino retto dal braccio di suo papà?! C’è qualcosa di più bello di una cosa che ha già i caratteri della sconfitta e diventa segno di resurrezione e di vittoria?!
Questa è la missione. Ora la Chiesa, così com’è, è chiamata a questo, con tutte le sue strutture.
Io ho cento persone da far lavorare durante il giorno, ma come si fa a lavorare per la Chiesa, per il mondo, se non per questo, per questa coscienza? E’ quello che cerco di vivere, di testimoniare, di proporre a chi lavora con me, perché rinasca in tutti, anche nei più disperati, la certezza ( o la speranza che è la stessa cosa, perché la speranza non è una cosa che potrebbe accadere, è una cosa che già c’è, c’è come inizio), rinasca in tutti la certezza che la vita è un progetto buono, perciò si deve vivere tutto, anche la disgrazia come possibile risposta al nostro bisogno.

 

Il testo completo dell’incontro (con domande e risposte) è disponibile a questo indirizzo:
https://www.ccmanzoni.it/utility/incontro_con_massimo_cenci.PDF